Lettera aperta a Michael Flacks e a chiunque voglia investire nell’ex Ilva di Taranto
Lettera aperta
Alla cortese attenzione del Sig. Michael Flacks, CEO di Flacks Group, e a tutti i possibili investitori.
Non vi scrivo né come politico, né come sindacalista, né come operaio dell’ex Ilva. Vi scrivo da semplice cittadino di Taranto; un operatore di Patronato che per 11 anni ha lavorato in un ufficio a Via Galeso, nel cuore del quartiere Tamburi, a meno di 800 metri in linea d’aria dai parchi minerali e ciminiere della fabbrica.
Da quella scrivania, ho visto l’orrore con i miei occhi. Solo io potrei stilare un elenco infinito di persone, tra cui assistiti, clienti, conoscenti e amici, che entravano per presentare una domanda di invalidità e che, pochi mesi o qualche anno dopo, non c’erano più. Stroncati da tumori aggressivi nei punti più disparati del corpo, senza guardare in faccia a nessuno: uomini, donne, anziani e, la cosa più atroce, adolescenti, ragazzi e bambini. BAMBINI!
Per questo, quando leggo sui giornali locali le dichiarazioni del Sig. Peter Kamarás, presentato come direttore generale della società che si occuperà dell’impianto, afferma di aver trovato una “situazione ottimale dal punto di vista degli impianti e delle professionalità”, sento il dovere di intervenire. Con tutto il rispetto per il Sig. Kamarás e le sue intenzioni dichiarate di incontrare le realtà locali, la realtà che viviamo qui, lontano dalle sale riunioni e dalle ispezioni guidate, non è “ottimale”. Non è fatta di bilanci e perizie tecniche, ma di bare e sofferenza.
Quello che i vostri ispettori forse non hanno visto, o che non è stato loro mostrato, è il prezzo umano e ambientale di quella produzione. Non sono solo gli impianti fatiscenti, le emissioni di diossina, la polvere di minerale che ricopre i nostri quartieri. È la terra contaminata dove non si può più coltivare, è il nostro mare, in particolare il Primo Seno del Mar Piccolo, dove l’inquinamento dei fondali ha compromesso storicamente la mitilicoltura, costringendo spesso a divieti sanitari per la presenza di diossine. E infine ci sono anche le discariche ”nascoste” all’interno e all’esterno dello stabilimento che, ancora oggi, sono una bomba a orologeria. Poi, vorrei condividere con voi una delle innumerevoli testimonianze che raccontano la nostra realtà. Questo è un video della moglie di un operaio, uno dei tanti, deceduto a causa di questa fabbrica: [link video]. Forse questo vi darà un’immagine più veritiera di cosa significhi “ex Ilva” per noi.
Tuttavia, il mio non è solo un appello morale. È un avvertimento pragmatico, basato sui fatti, rivolto a voi come uomini d’affari. Voi siete noti per acquisire aziende in difficoltà e risanarle. Ma qui il problema non è solo industriale, è sistemico e politico.
Per capire cosa significhi collaborare con lo Stato italiano su questo dossier, non dovete fidarvi delle mie parole. Guardate a cosa sta succedendo con ArcelorMittal.
In questo momento è in corso uno scontro legale senza precedenti:
- I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (nominati dal Governo) hanno fatto causa ad ArcelorMittal per 7 miliardi di euro, accusandola di mala gestione.
- In risposta, ArcelorMittal ha promosso un arbitrato internazionale contro lo Stato italiano, chiedendo oltre 1,8 miliardi di euro per quello che definisce un “esproprio illegittimo” del suo investimento, causato da misure governative discriminatorie.
Questo è il precedente con cui vi confronterete. Un partner, lo Stato italiano, che si è dimostrato pronto a entrare in un conflitto legale devastante con il gestore precedente, mentre la fabbrica, nel frattempo, continua a cadere a pezzi.
Il rischio concreto, che vi chiedo di valutare con la massima attenzione, è che vi troviate nella stessa trappola. Potrebbero usarvi per qualche anno, per poi scaricare su di voi ogni responsabilità ambientale, legale e strutturale di fronte all’Italia e all’Europa, lasciandovi soli con un pugno di mosche e forse una richiesta di danni.
Se lo Stato italiano (e non parlo solo del governo in carica, ma di tutti quelli che lo hanno preceduto) non ha tutelato per decenni la salute dei suoi stessi cittadini, pensate davvero che tutelerà fino in fondo i vostri interessi di investitore?
Il mio è un consiglio spassionato, che viene dal profondo del cuore di chi, come tanti, ha visto troppe tragedie. La nostra non è una battaglia contro il lavoro, ma contro un modello che ci sta uccidendo. Molti cittadini come me non chiedono la chiusura fine a se stessa, ma il coraggio di voltare pagina, smantellando l’attuale impianto per bonificare l’area e dare finalmente spazio a un futuro diverso per Taranto. Un futuro fatto di nuove economie, meno nocive e più innovative, che garantiscano un lavoro dignitoso senza costringerci a barattare la salute dei nostri figli con uno stipendio.
Investire oggi in quella fabbrica significa solo accanirsi su un passato che non può essere salvato e ritardare la nostra unica speranza di rinascita. Per questo, il mio consiglio, da tarantino, è sincero: lasciate perdere. Non siate complici di un disastro annunciato.
Saluti da Taranto e da Pieraldo, uno dei tanti cittadini che ha visto soffrire e poi morire tanta brava gente.
N.d.R. – Al momento della pubblicazione, tutti i canali di contatto ufficiali del Flacks Group risultano irraggiungibili. Un fatto che solleva interrogativi sulla diligenza del gruppo.
