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“Rage Bait” e rabbia social: analisi della pagina “Taranto è Lui”

“Rage Bait” e rabbia social: analisi della pagina “Taranto è Lui”

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Il termine

Avete mai sentito parlare di “rage bait”? È un’espressione inglese che significa letteralmente “esca per la rabbia”. Pur conoscendo da tempo la dinamica che descrive (quella di creare contenuti appositamente per provocare rabbia e generare interazioni) ammetto che il termine tecnico specifico mi era nuovo. L’ho scoperto leggendo un post pubblicato sulla pagina Facebook di Poste Italiane, che promuoveva un webinar sull’educazione digitale dal titolo “Perché ci arrabbiamo sui social?”.

Il post spiegava: “In rete i fenomeni d’odio diventano virali e si diffondono più velocemente dei contenuti positivi. […] La consapevolezza sull’uso dei social passa anche attraverso il riconoscimento dei post ”rage bait”, creati appositamente per provocare gli utenti, con l’obiettivo di generare traffico verso un sito o un profilo social.”

Vi giuro che questa definizione mi ha fatto davvero ”sorridere”. Infatti mentre leggevo, un solo pensiero mi ronzava in testa: questa descrizione rispecchia molto il modus operandi della pagina Facebook “Taranto è Lui”. Quella riflessione, nata da un semplice post, mi ha spinto a scrivere questo articolo per analizzare un fenomeno che rischia di avvelenare ulteriormente la nostra comunità, già provata di suo.

Da ”Voce dei Cittadini” a…

“Taranto è Lui” effettivamente nacque con un intento che appariva nobile: dare voce ai cittadini, segnalare disservizi, fotografare il degrado. Inizialmente, la seguivo anch’io. Sembrava uno strumento utile. Con il tempo, però, la sua natura sembra essere mutata.

Con un seguito di quasi 157.000 follower (un numero impressionante, anche se virtuale e non tutti Tarantini) la pagina è diventata un’entità quasi istituzionale. Il problema principale, a mio avviso, è l’anonimato di chi la gestisce. Spesso il risultato dei post è un clima di forte tensione tra cittadini, quartieri o tratti viari, con una polarizzazione del dibattito e una valanga di commenti e, a volte, feroci e/o senza senso.

Il contraddittorio

Prima di scrivere questo pezzo, ho ritenuto doveroso (per correttezza e trasparenza verso i miei lettori) cercare di contattare il gestore della pagina. Volevo offrire la possibilità di un contraddittorio, come si conviene a chiunque faccia informazione.

Quindi, Venerdì 20 febbraio, ho provato a chiamare il numero WhatsApp esposto sulla pagina, un numero con prefisso internazionale (+1, statunitense), probabilmente un numero virtuale per garantire l’anonimato.

Come potete vedere dallo screenshot, non avendo ricevuto risposta, ho inviato un messaggio scritto, spiegando chi fossi e chiedendo la disponibilità a rispondere qui in chat a tre semplici domande. Ah, un piccolo dettaglio interessante: subito dopo l’invio del mio secondo messaggio, sulla chat di WhatsApp è apparsa per un istante “sta scrivendo…”, segno che dall’altra parte qualcuno aveva letto. Poi, il nulla.

Ora, sono passati più di tre giorni e, come avevo preannunciato loro, in assenza di riscontro pubblico questo articolo riportando fedelmente le domande rimaste senza risposta e le riflessioni che ne conseguono.

L’anonimato

La prima domanda che ho posto riguardava la scelta dell’anonimato:

[Domanda 1] La vostra pagina è diventata un punto di riferimento quasi istituzionale per molti cittadini. Come mai, a differenza di un giornale o di un blog classico, avete scelto di restare totalmente anonimi? Non pensate che metterci la faccia darebbe più autorevolezza alle denunce?

La mia riflessione, in assenza di risposta: Un blogger è una persona che crea contenuti, esprime opinioni e solitamente si assume la responsabilità di ciò che scrive, mettendoci la faccia e il nome. L’approccio del gestore di “Taranto è Lui” si pone in una posizione diversa. L’anonimato protegge da molte conseguenze sociali, permettendo di alimentare discussioni accese senza dover rispondere personalmente delle proprie azioni. Questo modello si discosta dalla definizione classica di blogging trasparente.

Anzi, anticipo già la difesa più probabile che verrà sollevata in difesa dell’anonimato: la sicurezza. Si dirà che i gestori devono proteggersi perché trattano temi “scomodi”. Chiariamoci subito: esiste un abisso etico e fattuale tra il denunciare un’auto in doppia fila che blocca il traffico, tre ragazzi su uno scooter senza casco o un venditore abusivo, ecc ecc.., e il lavoro di quei giornalisti che, per le loro inchieste sulla criminalità organizzata, rischiano la vita ogni giorno, mettendoci nome, cognome e faccia. Accostare queste due realtà non è solo improprio, è un insulto all’intelligenza e al coraggio di chi rischia davvero.

Il vero attivismo civico, spesso, non si manifesta con la pubblicazione compulsiva di ogni infrazione sui social per aizzare il pubblico, ma con azioni mirate e responsabili: esposti, denunce formali, un impegno che ci mette la faccia per colpire alla radice i problemi, rivolgendosi alle autorità competenti.

La gestione della privacy

La seconda domanda toccava un punto tecnico ma fondamentale, quello della privacy:

[Domanda 2] Ho notato che raccogliete molte segnalazioni via WhatsApp. Dato che il GDPR (la legge sulla privacy) è molto severo, come gestite questi numeri di telefono privati? Avete un’informativa privacy dove spiegate ai cittadini che fine fanno i loro dati o se vengono cancellati dopo la segnalazione?

La mia riflessione, sempre in assenza di risposta: Queste segnalazioni vengono raccolte anche tramite un numero WhatsApp, spesso un numero VoIP (Voice over IP), che garantisce il massimo anonimato a chi lo usa. Qui sorge una domanda cruciale sulla privacy. Contattare qualcuno via WhatsApp espone un dato personale diretto: il proprio numero di cellulare privato.

Ma, pensateci bene per un momento… che fine fa questa preziosa lista di contatti? La legge non ammette ignoranza. Il Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR), all’Articolo 13, obbliga chiunque raccolga dati personali a fornire un’informativa chiara, dicendo chi è il titolare del trattamento e come userà quei dati.

Per quanto riguarda “Taranto è Lui”, ho verificato attentamente prima di scrivere questo pezzo: sulla loro pagina non sembra esserci alcuna informativa sulla privacy. Non ho trovato nessun link, documento o post fissato che spiegasse in modo trasparente come vengono gestiti i dati, un’informazione che non è emersa nemmeno durante il ”nostro scambio” di messaggi su whatsapp.

In assenza di regole scritte e chiare, non abbiamo alcuna garanzia su come vengano trattati i nostri numeri. Questo vuoto di trasparenza espone i cittadini a rischi potenziali, come ad esempio:

  • Che i numeri possano finire in liste per società di marketing e call center (spam).
  • Che possano essere usati per una profilazione dell’utente (chi segnala è un cittadino attivo/scontento, un’informazione preziosa per chi fa comunicazione politica, anche per conto di terzi).
  • Che siano conservati in database non sicuri.

e molte altre ipotesi che, in assenza di chiarezza, siamo legittimati a fare.

Oh, sia chiaro: non sto dicendo che questo avvenga sicuramente, ma che senza un’informativa privacy e senza un responsabile identificabile, nessuno ci garantisce il contrario. Raccogliere numeri di cellulare nell’anonimato totale solleva seri dubbi sulla conformità con il GDPR. E quasi dimenticavo questa precisazione: il GDPR si applica anche a soggetti non commerciali quando trattano dati personali al di fuori dell’ambito esclusivamente personale. In questi casi è richiesta un’informativa trasparente.

Tra negatività e ipocrisia

L’ultima domanda mirava a capire lo scopo ultimo della pagina:

[Domanda 3] Spesso i vostri post scatenano centinaia di commenti molto rabbiosi tra cittadini. Secondo voi, questo aiuta a risolvere i problemi di Taranto o rischia solo di aumentare la frustrazione generale? Qual è il vostro obiettivo finale?

La mia ultima riflessione, e sempre in assenza di risposta: Questa pagina non sembra voler risolvere i problemi, ma piuttosto prosperare su di essi. C’è una sorta di voyeurismo nel mostrare il degrado senza mai proporre una vera soluzione (anche se, ho notato che da quando gli ho scritto, pare che gli ultimi suoi post siano piu ”teneri”). Se la città diventasse un luogo perfetto, “Taranto è Lui” perderebbe la sua ragione d’esistere. L’aspetto più desolante è l’ipocrisia che emerge nei commenti, dove molti puntano il dito ma, probabilmente, non applicherebbero mai a se stessi.

Come difendersi?

A questo punto, però, non voglio limitarmi a essere solo un “criticone”. A differenza di chi si nasconde dietro l’anonimato per alimentare la polemica fine a se stessa, credo che una critica (diritto pienamente legittimo) sia davvero costruttiva solo quando è accompagnata da una proposta o da una soluzione. È un principio di responsabilità che mi distingue da chi critico. Per questo, non mi fermo all’analisi, ma voglio offrire ai lettori degli strumenti concreti per proteggersi e reagire in modo positivo.

  1. Allora… prima di interagire, chiediti: questo post è informativo o è un'”esca per la rabbia”? Una fonte anonima il cui risultato è quasi sempre un clima d’odio non è mai affidabile.
  2. Proteggi sempre i tuoi dati! Il tuo numero di telefono privato è un dato sensibilissimo. Non cederlo mai a entità anonime, che operano in un modo che appare in palese contrasto con le norme sulla trasparenza.
  3. Usate i canali giusti, santo iddio! Se vedi un problema, invece di inviare una foto -video a una pagina che ”vive di rabbia”, valuta canali ufficiali: fai una segnalazione all’uffico pubblico competente, associazioni o comitati, la stampa, contatta la Polizia Locale, presenta un esposto, o per casi gravi, anche una segnalazione ANONIMA tramite l’applicazione ufficiale della Polizia di Stato ”YOUPOL” (qui il link dove vi spiego cosa fa e come installarla sul vostro cellulare android – apple).
  4. E se proprio non puoi farne a meno…: se, nonostante tutto, senti il bisogno di interagire con queste pagine, almeno fallo in modo più sicuro. Invia i tuoi messaggi tramite la chat della piattaforma (come Messenger o i Direct di Instagram) invece di usare WhatsApp. La ragione è semplice: così esponi solo il tuo profilo social, non il tuo numero di telefono o email personale, che è un dato molto più sensibile. E già che ci sei, controlla le impostazioni privacy dei tuoi profili: assicurati che numero di cellulare ed email non siano mai visibili pubblicamente. Blinda i tuoi dati!

Quindi, cari lettori, alla fine della fiera, l’educazione digitale secondo me è coscienza, responsabilità e umanità. Dobbiamo scegliere di essere la parte costruttiva. SEMPRE.

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