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Aria tossica e finestre chiuse: siamo davvero al sicuro?

Aria tossica e finestre chiuse: siamo davvero al sicuro?

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Premessa

Ricordate la puzza nauseabonda del 6 novembre, e il tempestivo ”avviso” del Comune? Siamo a sabato mattina, 8 novembre, e la situazione è ancora avvolta nel mistero. Nonostante le domande e la preoccupazione dei cittadini, nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita sulla natura e l’origine di quegli odori. Nel frattempo, sui social e su alcune testate locali si rincorrono le ipotesi più disparate: una tubatura rotta in via Magna Grecia? Misteriosi fenomeni nel Mar Grande? O le solite, prevedibili fonti industriali che nessuno nomina? Non è dato a sapersi, ma in questo vuoto di informazioni certe, l’unica indicazione ufficiale ricevuta resta quella: “In caso di odori intensi, tenete chiuse le finestre”. Una frase che, giorno dopo giorno, suona sempre più come una beffa. Come anticipato giovedì su facebook, ho approfondito la domanda che forse in molti si sono posti: chiudere le finestre è una soluzione efficace o soltanto un placebo? Per rispondere in modo scientifico, sono andato alla ricerca di spiegazioni, attingendo direttamente dalle fonti ufficiali.

Perché chiudere le finestre?

Allora, partiamo dal presupposto che questo consiglio non è del tutto insensato. Chiudere porte e finestre è la prima e più immediata linea di difesa raccomandata a livello globale. Il motivo è fisico: un edificio agisce come una barriera tra l’ambiente interno ed esterno, riducendo drasticamente il tasso di ricambio d’aria. In parole semplici, l’aria inquinata entra più lentamente. Per un certo periodo, quindi, la concentrazione di inquinanti dentro casa si mantiene più bassa rispetto a fuori.

C’è sempre il ”ma”!

In Italia, ormai, siamo abituati al fatto che dietro ogni risposta apparentemente giusta si nasconda sempre il classico “ma”, e per una città come Taranto questa è quasi una regola. L’efficacia di una misura semplice come chiudere le finestre, infatti, è tutt’altro che assoluta, e a pensarci bene i suoi limiti sono enormi.

Detto questo, bisogna però chiarire subito che una casa non è un bunker a tenuta stagna, e l’aria cattiva di fuori si fa strada comunque dentro. La vera differenza, il più delle volte, la fanno gli infissi. Un serramento vecchio, con un telaio magari deformato dal tempo e guarnizioni secche, non offre alcuna barriera: gli spifferi sono una certezza e con essi entrano polveri, smog e cattivi odori. Al contrario, un infisso moderno ad alta efficienza è progettato proprio per creare una chiusura quasi ermetica; le sue guarnizioni multiple e la struttura a taglio termico bloccano quasi del tutto il passaggio dell’aria quando la finestra è chiusa. (ringrazio una ditta specializzata in infissi per questa spiegazione.)

Il vero problema, però, è che questa tecnologia efficace ha un costo elevato. Che soluzioni restano a chi non ha la possibilità economica di ristrutturare e deve convivere con finestre che sono, di fatto, una falla sempre aperta sull’inquinamento esterno?

E proprio per questo, arriviamo al punto chiave, quello che conosciamo fin troppo bene: non tutti gli inquinanti sono uguali. Contro le polveri sottili, il particolato (PM10 e PM2.5), chiudere le finestre può avere una sua discreta efficacia. Il problema vero, però, è quando sentiamo quella puzza, quel miasma chimico che ci assale. Quello è causato da gas e composti organici volatili, molecole così minuscole che penetrano facilmente attraverso ogni fessura, rendendo quasi inutile barricarsi in casa.

Ecco perché, nella migliore delle ipotesi, si tratta di una soluzione valida solo per un tempo brevissimo. Se l’evento inquinante dura ore, è solo questione di tempo prima che l’aria dentro casa diventi identica a quella fuori. Anzi, a dirla tutta, sigillando tutto rischiamo persino di peggiorare la situazione, perché accumuliamo anche gli inquinanti che produciamo noi stessi, come l’anidride carbonica e l’umidità.

Cosa dicono le fonti ufficiali?

Visto che ultimamente il nostro governo guarda con particolare ammirazione al modello americano (magari preparandoci a un futuro di assicurazioni private per la sanità, ma questa è un’altra storia) iniziamo proprio dai loro consigli.

Prendiamo l’EPA, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti, che è un riferimento mondiale. Le sue non sono raccomandazioni specifiche per i miasmi di una singola città, ma linee guida universali applicate in scenari di emergenza molto diversi: dai vasti incendi, a incidenti in impianti chimici, fino a perdite di gas o nubi tossiche. In tutti questi casi, il primo consiglio è sempre lo stesso: “mantenere porte e finestre chiuse”.

Ma attenzione, è la stessa EPA a chiarire che questa misura riduce l’esposizione, non la elimina. Questo perchè è una soluzione a brevissimo termine. Se l’evento inquinante si protrae per ore o, peggio, per giorni, l’aria interna si satura comunque. In questi casi estremi, infatti, l’unica vera soluzione non è chiudersi in casa, ma l’evacuazione dell’area, proprio perché nessuna abitazione può garantire un isolamento a lungo termine.

Tornando in Italia, le indicazioni non cambiano, anzi, confermano il quadro. Il nostro Istituto Superiore di Sanità, il principale organo tecnico-scientifico, consiglia di “limitare la permanenza all’aperto” e di “passare il tempo in ambienti chiusi” in casi come questi, specialmente per i più vulnerabili. Sulla stessa linea si muovono le ARPA, le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente, che durante i picchi di smog consigliano di evitare attività fisica intensa all’aperto. Il consiglio implicito, in tutti questi casi, è quello di rimanere in luoghi protetti, ma sempre per un tempo limitato. È una misura tampone, non una soluzione definitiva.

Dal consiglio alla condanna

E qui arriviamo alla riflessione più amara, che va oltre la singola emergenza. Cosa significa davvero il consiglio “chiudete le finestre” per chi vive costantemente a ridosso delle industrie, delle raffinerie, delle fonti inquinanti in genere?

Non è più un’ipotesi, ma una realtà codificata e tristemente nota. Pensiamo a quanto accade da anni a Taranto, nel rione Tamburi, con i cosiddetti “Wind Days” (LINK). Sono i giorni in cui il vento, soffiando dal polo industriale, spinge le polveri e i veleni direttamente verso la città. In queste occasioni, un’ordinanza ufficiale del sindaco impone proprio ciò di cui stiamo parlando: la chiusura delle scuole e la raccomandazione, specie per i più fragili, di barricarsi in casa con le finestre sigillate.

Ecco che il consiglio nato per un’emergenza si trasforma in una condizione di vita. Diventa la condanna a una sorta di prigione domestica permanente per poter godere del diritto fondamentale a un’aria che non uccida. Significa rinunciare ad aprire le finestre in una sera d’estate, a far giocare i bambini sul balcone, a stendere i panni senza che si impregnino di odori chimici e polveri sottili.

In questo modo, un’ordinanza che dovrebbe certificare un’allerta massima finisce per normalizzare l’inaccettabile, diventando la tacita e periodica accettazione di una quotidianità insostenibile.

Conclusione

La prossima volta che sentirete “chiudete le finestre”, saprete la verità, cioè, è un consiglio scientificamente fondato, ma è solo una misura di primo soccorso, parziale e temporanea.

Il problema, a Taranto come altrove, non è il consiglio in sé, ma il modo in cui viene usato: come una soluzione sufficiente a un problema di cui si ammette (con il silenzio) di non conoscere o non voler comunicare la natura. Dire “chiudete le finestre” e poi tacere è una semplificazione che insulta l’intelligenza dei cittadini e banalizza un problema che minaccia la nostra salute.

Un cittadino informato è un cittadino più forte. E ora sappiamo che una finestra chiusa può essere un piccolo aiuto, ma non sarà mai uno scudo impenetrabile. La vera protezione sta nella pretesa di un’aria pulita, non nel sigillarsi dentro casa.

Come possiamo segnalare?

Quando avvertite odori molesti o sospettate un fenomeno di inquinamento, non limitatevi a chiudere le finestre e a lamentarvi sui social. La vostra segnalazione ufficiale è uno strumento potente e un atto di cittadinanza attiva. Potete farlo direttamente sul portale di ARPA Puglia. Ogni segnalazione contribuisce a creare un registro storico e a fare pressione sugli enti preposti al controllo.

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