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Furto (l’ennesimo) al supermercato. Proposta provocatoria: “punirne uno, per educarne (davvero) cento.”

Furto (l’ennesimo) al supermercato. Proposta provocatoria: “punirne uno, per educarne (davvero) cento.”

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La notizia

Oggi ho letto una di quelle notizie di cronaca che, purtroppo, sono diventate un rumore di fondo quasi quotidiano nelle nostre città, da nord a sud. Parlo di furti, spaccate e atti di microcriminalità.

L’ultimo caso arriva da Manduria, ma la dinamica è così tristemente comune che potrebbe essere accaduto ovunque. Leggendo i dettagli online, la storia è quasi un copione: un uomo, approfittando di un attimo di distrazione, svuota la cassa di un supermercato portando via più di 1000 euro. È stato poi incastrato grazie a telecamere nitide e a un vistoso tatuaggio sul collo. E qui arriva il punto che trasforma la rassegnazione in rabbia: è un recidivo, già denunciato a luglio per un furto identico.

La mia riflessione

La prima reazione è stata un misto di fastidio personale e profonda amarezza. Vedendo il fotogramma pubblicato online, un dubbio mi ha assalito: “Ma non è il supermercato dove vado di solito a fare la spesa?”. Non ho la certezza, ma il solo pensiero che possano essere loro, quelle persone che conosco come grandi lavoratori, sempre gentili e disponibili, mi fa ribollire il sangue. Non è un’entità astratta “il supermercato”, è la fatica quotidiana di persone perbene che viene violata.

E qui nasce la riflessione più ampia. Ahimè, da che mondo è mondo, c’è chi ruba pensando di fare soldi facili, con il minimo sforzo. Ma nel 2025, con telecamere in ogni angolo, smartphone pronti a riprendere e sistemi digitali che tracciano ogni cosa, non hanno ancora capito che il “colpo perfetto” non esiste più? Che la probabilità di essere scoperti, soprattutto per reati di questo tipo, è altissima?

La notizia specifica che l’uomo è stato “denunciato in stato di libertà“. Ma cosa significa esattamente? Significa che, pur essendo formalmente accusato di un reato, l’individuo non viene sottoposto a misure cautelari come il carcere o gli arresti domiciliari. Resta libero, con l’obbligo di presentarsi per il processo. E qui sta il punto che fa più rabbia: per un recidivo, questa misura appare come un buffetto sulla mano. È una formalità legale che, di fatto, non impedisce a chi ha già dimostrato di non rispettare le regole di tornare a delinquere nell’attesa che la lentissima macchina della giustizia faccia il suo corso. Anzi, sembra quasi un incentivo, un segnale che, in fondo, le conseguenze non sono poi così immediate né severe.

Non stiamo parlando di chi ruba un pacco di pasta per fame, un gesto disperato che merita comprensione e aiuto. Qui parliamo di un’azione premeditata, volta a ottenere un profitto illecito danneggiando la collettività e il lavoro altrui. Senza contare il potenziale rischio: chi ci assicura che, se scoperto, un individuo del genere non reagisca con violenza? La cronaca è piena di episodi finiti in tragedia.

E allora, di fronte a un sistema che sembra non avere strumenti efficaci per fermare i recidivi, mi è venuto un pensiero provocatorio, quasi un’eresia in un mondo che difende la privacy a ogni costo.

BASTA privacy per i criminali seriali!

So che è una dichiarazione forte, che potrebbe essere aspramente criticata. Ma pensiamoci.

La mia proposta, che vuole essere provocatoria ma concreta, è questa: dopo la terza condanna definitiva per reati dello stesso tipo (come furti o spaccate), deve scattare una misura di prevenzione pubblica. Propongo di affiggere le foto di questi criminali recidivi in luoghi strategici: sulle bacheche comunali, negli spazi pubblici e, soprattutto, all’ingresso delle attività commerciali. Il tutto accompagnato da un cartello semplice e inequivocabile: “ATTENZIONE: SOGGETTO PLURICONDANNATO PER FURTI”.

L’obiettivo non sarebbe la gogna fine a se stessa, ma la prevenzione attiva. Un negoziante, vedendolo entrare, potrebbe tenerlo d’occhio. Un cittadino potrebbe fare più attenzione ai propri effetti personali. La comunità intera sarebbe allertata e potrebbe proteggersi. Sarebbe un modo per dare ai cittadini onesti uno strumento di difesa che oggi non hanno.

Il conflitto

Ora, sicuramente una proposta del genere si scontra frontalmente con principi sacrosanti del nostro ordinamento. In primis, l’articolo 27 della Costituzione, che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Poi c’è il diritto alla privacy (GDPR), che protegge i dati personali.

Ma questi principi possono e devono valere allo stesso modo per tutti? Possiamo davvero parlare di “rieducazione” per chi, con azioni ripetute, dimostra di non avere alcuna intenzione di cambiare? Qui non si tratta di mancanza di lavoro, ma della scelta deliberata di preferire il “guadagno facile” mentre la gente onesta, quella davvero coraggiosa e con gli attributi sotto, si spezza la schiena per mandare avanti un’attività.

Di fronte a questa scelta ”consapevole”, il sistema non può continuare a proteggere il criminale più delle sue vittime. L’esposizione al pubblico disprezzo, per quanto dura, diventa una forma di giustizia per la comunità. Forse è arrivato il momento di riformare queste leggi, sia penali che costituzionali, per creare un equilibrio più giusto, dove la tutela della collettività abbia la priorità sulla privacy di chi ha già dimostrato più volte di non meritarla.

Conclusione

La mia è una provocazione nata dalla rabbia che, un giorno, una situazione simile potrebbe capitare a chiunque di voi. Ma è da queste riflessioni estreme che può nascere un dibattito serio e di ”cambiamento e vera tutela”. “Punirne uno, per educarne (davvero) cento.”

Quindi, è una proposta folle, un’idea da “stato di polizia”? O è il grido di esasperazione di chi è stanco di sentirsi l’ennesima vittima annunciata? Io non ho dubbi: per me è la seconda.

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