«A quelli come te…»: aggressione omofoba a Taranto, ragazzo si rifugia in un cinema.
INDICE
Il racconto
Una fermata dell’autobus, un’attesa come tante in una serata di fine estate. Ma quella che doveva essere una normale routine si trasforma in un incubo per Marco (nome di fantasia), un giovane tarantino, a causa di un’aggressione verbale tanto violenta quanto insensata.
La storia che state per leggere mi è arrivata da una mia cara amica, che è a sua volta amica del ragazzo che ha subito l’aggressione. È stata lei, poco dopo, a girarmi il messaggio vocale in cui lui stesso, che per privacy chiameremo Marco, raccontava l’accaduto. Ascoltare la sua voce, ancora scossa dalla paura, mi ha profondamente turbato. Le sue parole aggiungono dettagli agghiaccianti che è mio dovere, come persona e come cittadino, condividere. Il suo racconto inizia così:
«Come spesso capita, mi trovavo a Taranto e dovevo prendere il bus per tornare a casa, a Talsano. Ieri sera, alla fermata di via Leonida, una persona mi ha affiancato e ha iniziato a infierire contro di me con attacchi omofobi».
L’aggressore, racconta Marco, ha tirato in ballo la sua religione e la sua nazionalità, dicendo di essere pakistano, e ha vomitato una serie di insulti irripetibili. «Italiano di 💩, ricch**ne di 💩», sono solo alcuni degli epiteti che Marco è stato costretto a subire.
Era solo. Alla fermata, in quel momento, c’erano solo lui e il suo aggressore.
«Sbigottito e impaurito», mi ha raccontato, ha preso la decisione più saggia: allontanarsi. Ha iniziato a camminare con calma, per non destare reazioni violente. Ma poi, il dettaglio che fa gelare il sangue: si è girato e ha visto che l’uomo lo stava seguendo. A quel punto, la camminata si è trasformata in una corsa disperata verso un luogo sicuro.
Il suo rifugio è stato il Cinema Savoia. Ma la storia non finisce qui.
L’aggressore non si è arreso. Lo ha seguito fin dentro al cinema, cercandolo tra la gente, parlando una lingua incomprensibile. È solo grazie all’intervento dei responsabili del cinema che l’uomo è stato allontanato.
Ma l’incubo di Marco non era ancora finito. Una volta fuori, l’aggressore ha tirato fuori il telefono e ha compiuto l’ultimo atto di intimidazione: ha iniziato a filmare. Riprendeva Marco, riprendeva i titolari del cinema, riprendeva le altre persone presenti. Un gesto di sfida, un modo per dire “so chi sei e so dove trovarti”.
Fortunatamente, la polizia è arrivata in meno di un quarto d’ora. L’uomo è stato portato in questura e il suo telefono, contenente le prove video, è stato sequestrato. Marco, dopo aver fornito i documenti, ha fatto la cosa più umana e comprensibile del mondo: ha chiamato i suoi genitori.
«Li ho chiamati per farmi venire a prendere», conclude il suo racconto, «in quanto la paura era tantissima».
E qui, permettetemi di riprendere la parola.
La violenza non ha passaporto!
È importantissimo fare una distinzione netta. L’origine dell’aggressore non è il fulcro del problema, ma una circostanza. La brutalità, l’ignoranza e l’odio non hanno nazionalità, colore della pelle o religione. Sarebbe un errore imperdonabile rispondere a un atto di intolleranza con un’altra generalizzazione. La bassezza culturale è un virus che infetta gli individui, non i popoli.
È qui, purtroppo, a quanto pare, è un dato di fatto che in Pakistan, come in decine di altri Paesi nel mondo, l’omosessualità sia ancora oggi un ”reato” e la comunità LGBTQ+ subisca gravi persecuzioni. Questo contesto culturale può forse spiegare la mentalità distorta dell’aggressore, ma non può in alcun modo giustificare la sua violenza in una società che, almeno sulla carta, tutela la dignità e la libertà di ogni individuo.
La comunità Tarantina
Siamo nel 2025. Un episodio come questo, avvenuto nel cuore di Taranto, ferisce non solo la vittima, ma l’intera comunità. Ci ricorda brutalmente che per molte persone, gesti semplici come aspettare un autobus o camminare per strada possono trasformarsi in un’esperienza di paura. La libertà di essere se stessi, di amare chi si vuole, di vivere la propria vita senza nuocere a nessuno, non è ancora un diritto garantito per tutti, ma una conquista da difendere ogni singolo giorno.
L’odio che ha colpito Marco è lo stesso che alimenta la violenza di genere, il razzismo e ogni forma di discriminazione. È il prodotto dell’ignoranza.
La vera battaglia, oggi come ieri, non è tra culture o etnie, ma tra la civiltà e la barbarie, tra l’empatia e l’indifferenza. La denuncia di Marco è un atto di coraggio. La nostra responsabilità, come cittadini, è assicurarci che la sua non resti solo una notizia di cronaca, ma diventi un monito. Perché nessuno, a Taranto o altrove, debba più cercare rifugio in un cinema o qualsiasi altro luogo per sfuggire all’odio.