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Taranto: lo sciopero contro la chiusura dell’Ilva ignora la realtà.

Taranto: lo sciopero contro la chiusura dell’Ilva ignora la realtà.

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La notizia

L’Ex Ilva è di nuovo, anzi, sempre sulle prime pagine. Scioperi a oltranza, autostrade bloccate a Genova, appelli accorati da Taranto. La narrazione che ci viene proposta dai sindacati e da gran parte della stampa è sempre la stessa: c’è un “piano di morte” del governo che vuole chiudere o ridimensionare l’impianto, e c’è una resistenza eroica per salvare il lavoro.

Eppure, parlando con molti cittadini e guardando i dati oggettivi, emerge una verità diversa, spesso taciuta per paura di sembrare insensibili: la chiusura dell’Ilva potrebbe non essere la catastrofe che ci raccontano, ma l’unica soluzione razionale.

Sulle varie testate ho letto con attenzione le dichiarazioni dei segretari sindacali (Fim, Fiom, Uilm) riguardo agli ultimi scioperi. Analizzandole a freddo, basandosi sulla realtà dei fatti e non sull’emotività, emergono paradossi e contraddizioni che non possiamo più permetterci di ignorare.

Di seguito, ecco i tre punti di questa protesta e le mie riflessioni.

Il paradosso

Il segretario della Uilm ha definito le misure del governo un “piano di morte”. Le parole sono importanti, ma la realtà lo è di più. È paradossale, se non cinico, utilizzare questa terminologia per difendere uno stabilimento che la magistratura e le perizie epidemiologiche hanno collegato per anni a un eccesso di mortalità e malattie nei quartieri limitrofi. Se guardiamo la realtà oggettiva, il vero “piano di morte” è stato il mantenimento a tutti i costi di una produzione inquinante in mezzo alle case. La chiusura o il ”drastico ridimensionamento”, al contrario, rappresentano tecnicamente un piano di tutela della salute pubblica.

L’illusione

Nelle rivendicazioni si legge: “Tutti vogliamo una fabbrica green con una vera decarbonizzazione”. I sindacati chiedono di salvare la produzione oggi (per tutelare i posti di lavoro attuali) invocando una tecnologia che sarà pronta, forse, tra dieci anni. La realtà tecnica è che per avere l’acciaio subito, bisogna usare gli altiforni attuali. Non esiste un interruttore magico. Chiedere “piena occupazione subito” e “ambiente pulito subito” è un ossimoro. La vera transizione ecologica, quella seria, comporta inevitabilmente un cambio di paradigma e, purtroppo, un ridimensionamento della forza lavoro necessaria. Negarlo è fare populismo industriale.

Gli ostaggi

“Non vogliamo dividere cittadini e lavoratori”, dicono i comunicati. Eppure, la cronaca ci racconta che a Genova il corteo ha bloccato l’autostrada A10, paralizzando il traffico. Prendere in ostaggio la mobilità di una città, impedendo ad altri cittadini di lavorare, viaggiare o curarsi, è l’esatta definizione di “creare divisione”. Si chiede solidarietà al Paese (“La Meloni ci metta la faccia”) mentre si arrecano danni alla collettività. È una vecchia tattica di lotta che oggi, di fronte a una cittadinanza sempre più consapevole dei costi ambientali ed economici dell’acciaieria, rischia di ottenere l’effetto opposto.

La via d’uscita

Non servono ipotesi fantasiose sul futuro dei lavoratori, servono i fatti. Gli strumenti esistono già. L’Unione Europea ha istituito il Just Transition Fund (Fondo per una transizione giusta) proprio per città come Taranto, stanziando centinaia di milioni di euro destinati specificamente ai territori che devono abbandonare il carbone.

Quindi, la soluzione concreta non è l’elemosina, ma l’applicazione delle regole europee: utilizzare quei fondi non per prolungare l’agonia della fabbrica, ma per finanziare scivoli pensionistici immediati per i lavoratori anziani e piani di ricollocamento per i più giovani. Come? Offrendo un’alternativa vantaggiosa per tutti: chi sceglie di lavorare alle opere di bonifica deve essere premiato con un aumento salariale che riconosca il valore di quell’impegno; chi invece preferisce non aderire, deve poter contare su robusti incentivi all’esodo e bonus per cercare un’altra strada. I soldi per la transizione ci sono, ma vanno usati per transitare davvero verso la chiusura e il risanamento, non per mantenere artificialmente in vita lo status quo.

Conclusione

Continuare a iniettare denaro pubblico (le nostre tasse) in un’azienda che compromette la salute pubblica, assomiglia sempre più a un accanimento terapeutico. È un paradosso che danneggia due volte la comunità: paghiamo per mantenere una fonte di inquinamento, invece di investire quelle stesse cifre per garantire un reddito sicuro e un ambiente sano a chi oggi rischia il posto.

Infine, sappiate che essere d’accordo con la chiusura dell’Ex Ilva non significa odiare i lavoratori. Significa avere il coraggio di dire che un modello industriale del Novecento, basato sul profitto a scapito della salute e sostenuto artificialmente dallo Stato, è finito. Il futuro di Taranto non può essere incatenato per sempre all’acciaio. Prima accettiamo questa realtà oggettiva, prima potremo parlare seriamente di bonifiche, riconversione e di un lavoro che sia davvero, e non solo a parole, “dignitoso”.

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