Le nostre guerre dimenticate: mentre armiamo il mondo, la mafia spara sotto casa.
Premessa
Un recente articolo della testata Buonasera 24 (LINK), riporta il grido d’allarme lanciato dall’associazione antimafia ”Libera” a Taranto (link pagina facebook). Dopo le sparatorie e un accoltellamento in pieno giorno, l’associazione parla di un vero e proprio “far west urbano”, sottolineando il rischio costante per i cittadini innocenti e chiedendo un intervento massiccio dello Stato. Libera invoca una reazione non solo delle istituzioni, ma anche della società civile, la cosiddetta “antimafia sociale”, per non lasciare che la paura e l’indifferenza abbiano la meglio.
Le mie riflessioni
Leggendo questo grido d’allarme da Taranto, non posso che provare un misto di rabbia e amara conferma. Hanno ragione da vendere. Ma la verità, ancora più desolante, è che Taranto è solo la punta di un iceberg che gela l’Italia intera da più di un secolo. Mentre i nostri telegiornali e i nostri politici si riempiono la bocca di geopolitica, di equilibri internazionali da difendere, di armi da inviare per sostenere democrazie lontane, qui, a casa nostra, si combatte una guerra silenziosa e devastante. Una guerra che non fa notizia sui media internazionali, ma che logora il nostro tessuto sociale ed economico: la guerra contro mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita e i ”cani sciolti”.
E cosa fa lo Stato di fronte a questa emergenza nazionale? Insegue sogni di grandezza inutili e dannosi. Si stanziano miliardi per un’opera faraonica come il Ponte sullo Stretto di Messina, un capriccio ingegneristico che servirà a pochi e devasterà un ecosistema unico. Si tiene in vita a tutti i costi un mostro ecologico e sanitario come l’ex Ilva di Taranto, un catorcio obsoleto che continua a seminare veleni e morte, giustificandolo con la scusa che “l’acciaio serve”. E a cosa serve? Magari proprio per costruire quel ponte o, ironia della sorte, per forgiare le armi che spediamo altrove.
Questi soldi, sprecati in ”cattedrali nel deserto” e in sussidi a industrie decotte, potrebbero e dovrebbero avere una destinazione diversa. Potrebbero finanziare la sanità al collasso, le scuole che cadono a pezzi, creare lavoro vero per fermare la fuga dei nostri giovani migliori. E soprattutto, potrebbero essere investiti nella nostra sicurezza interna. La mia non è una resa, ma una proposta concreta e, a mio avviso, non più rimandabile. Abbiamo un esercito addestrato e preparato. Perché non lo dispieghiamo in modo massiccio sul nostro territorio? Non per sostituirsi, ma per affiancare e supportare le Forze dell’Ordine in un’operazione di bonifica su larga scala. Ad esempio, i nostri militari potrebbero presidiare Taranto, ma anche i quartieri a rischio di TUTTA Italia. Immaginiamoli a vigilare, a perlustrare, a fare da scudo per i cittadini h24 e da deterrente per i criminali. Sarebbe un segnale potentissimo: lo Stato c’è, e si riprende il territorio centimetro per centimetro.
Mi fa sorridere amaramente chi, con un’ingenuità da concorso di bellezza, invoca la “pace nel mondo”. Non fraintendetemi, non denigro il pacifismo, ma dobbiamo essere realisti. Finché l’uomo esisterà, esisterà il conflitto. Come ho già detto, temo che almeno 4 uomini su 10 portino dentro di sé un’indole bellicosa, che sia per arroganza, per frustrazione, per ideologia o per il controllo criminale di un fazzoletto di terra. Il meccanismo è lo stesso, cambia solo la scala. Ecco perché l’idea di eliminare le armi è, e resterà, una pericolosa utopia: significherebbe toglierle a chi si difende, non a chi attacca. Finché esisterà quella brama di potere e sopraffazione, ci sarà sempre chi un’arma la troverà, la costruirà o la userà per imporsi. La vera domanda, quindi, non è essere pacifisti o guerrafondai. La questione è: dove combattiamo le nostre battaglie? Per chi usiamo la nostra forza?
L’associazione Libera ha perfettamente ragione: serve la reazione della società civile, l’ “antimafia sociale”. Ma i cittadini onesti, i commercianti che denunciano, le famiglie che vogliono solo vivere in pace, non possono essere lasciati soli a combattere a mani nude contro gente che spara. Hanno bisogno di vedere e sentire uno Stato forte, presente, che non si volta dall’altra parte per inseguire chimere internazionali. La nostra prima linea del fronte è qui, nelle nostre strade. È ora di iniziare a combattere la guerra giusta. Poi, solo dopo aver bonificato la nostra nazione, potremo permetterci di andare ad aiutare altrove le altre nazioni.