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Taranto e la cozza tarantina: le dichiarazioni di Magistà e le mie riflessioni personali

Taranto e la cozza tarantina: le dichiarazioni di Magistà e le mie riflessioni personali

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Il caso, ”cozza”

Le recenti dichiarazioni dell’ex direttore del TG Norba, che ha definito le cozze tarantine “piene di diossina”, hanno riacceso una ferita mai chiusa, una polemica che a Taranto conosciamo fin troppo bene. E come spesso accade, la città si è spaccata in due (perdonate il giro di parole 😅): da un lato chi difende a spada tratta il nostro prodotto simbolo, dall’altro chi vede in quelle parole la conferma di una paura profonda e radicata.

Vorrei provare a fare un ragionamento con onestà intellettuale, superando le tifoserie. Lasciamo per un attimo da parte il messaggero (la cui reputazione nei confronti di Taranto è notoriamente controversa) e concentriamoci sul messaggio. Perché, che ci piaccia o no, quel messaggio tocca un nervo scoperto.

Per capire la diffidenza, non serve essere scienziati. Basta una semplice ricerca su fonti autorevoli (come Wikipedia o i siti di organizzazioni come il WWF) per apprendere che le cozze sono organismi filtratori. In pratica, “respirano” l’acqua in cui vivono, trattenendo nutrienti ma, purtroppo, anche eventuali sostanze inquinanti. Questo fenomeno si chiama bioaccumulo.

Ora, contestualizziamo. Le nostre cozze vivono nel mare, specchi d’acqua che per decenni hanno subito le conseguenze ambientali del più grande polo siderurgico d’Europa. I veleni industriali (diossine, PCB, metalli pesanti) si sono depositati sui fondali, molto probabilmente entrando anche lì nell’ecosistema.

E qui arriviamo al punto cruciale, quello che da tarantino mi fa più rabbia. Da anni, un’ordinanza vieta la coltivazione e il pascolo in un’ampia area attorno all’industria, perché i terreni sono ufficialmente contaminati. Abbiamo visto abbattere animali perché le loro carni contenevano diossina oltre i limiti (LINK).

Allora la domanda sorge spontanea, tanto semplice quanto disarmante: se il terreno è considerato così pericoloso da vietarne l’uso, perché il mare antistante dovrebbe essere considerato immune?

La differenza tra terra e mare esiste, SICURAMENTE, ma la fonte dell’inquinamento è la stessa. Le polveri che ricadono dalle ciminiere non si fermano sulla battigia, ma si depositano anche in acqua. Le falde acquifere, contaminate dall’impianto stesso, sfociano in mare. Ignorare questa connessione è un’ingenuità che non possiamo più permetterci. Questo non è fare terrorismo psicologico, è collegare i punti.

Precisazione!

Chiariamo una cosa: questo discorso non è un attacco ai nostri mitilicoltori, che lavorano onestamente e seguono protocolli rigidi, vendendo un prodotto controllato e certificato. Le cozze provenienti da impianti autorizzati e monitorati da ASL e ARPA sono sicure, secondo la legge. Il problema non è la singola cozza certificata che compriamo in pescheria.

Il problema è il sistema. La vera garanzia non può essere solo un’etichetta, ma un ambiente bonificato. Finché Taranto sarà costretta a convivere con questo “immondizzaio di industria”, ogni rassicurazione sembrerà parziale. La diffidenza non nascerà da un servizio televisivo, ma dal fumo che vediamo ogni giorno e dalla consapevolezza di ciò che giace sui fondali. È un campanello d’allarme che suona da cinquant’anni e che dovrebbe spingere verso un’unica, vera soluzione: la chiusura e la bonifica, per dare a Taranto un futuro diverso.

Invito e consigli!

Nel frattempo, un consiglio “non richiesto”, pratico e fondamentale per chiunque: la salute non si baratta. Se amate le cozze, acquistatele solo ed esclusivamente in pescheria o nei canali di vendita ufficiali. Evitate come la peste le bancarelle abusive, che vendono prodotti senza alcuna tracciabilità e rappresentano un rischio sanitario reale e immediato.

La cozza è l’identità di Taranto. Ma oggi, purtroppo, è anche il simbolo di una scelta impossibile che questa città è costretta a vivere: quella tra economia e salute, tra orgoglio e paura. Una scelta che nessuna comunità dovrebbe mai essere obbligata a fare.

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