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Lavorare per la gloria (del Comune): la curiosa proposta ai CAF di Taranto.

Lavorare per la gloria (del Comune): la curiosa proposta ai CAF di Taranto.

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Premessa

Chi mi conosce e mi segue da tempo sa che, oltre al mio blog personale, nel mio “lavoro part-time” sono un operatore di CAF e patronato. Per ovvie ragioni di correttezza professionale, non menzionerò la denominazione per cui opero, ma è importante che sappiate da dove nasce questo articolo. Tutto è partito dalla lettura di un avviso del Comune di Taranto che mi ha lasciato, per usare un eufemismo, perplesso. Prima di mettere nero su bianco le mie idee, ho fatto quello che facciamo spesso tra professionisti: mi sono confrontato. Ho parlato con i miei colleghi diretti, ma anche con operatori di altre realtà, per capire se la mia fosse una sensazione isolata.

Non lo era. Anzi, è emerso un coro unanime di discordanze e critiche.

Le riflessioni che state per leggere, quindi, non sono solo il frutto del mio pensiero, ma la sintesi di un punto di vista condiviso, nato dal confronto con chi, come me, vive ogni giorno le sfide di questo mestiere.

Introduzione

C’è un confine sottile tra la collaborazione istituzionale e lo sfruttamento del lavoro altrui. Un confine che il Comune di Taranto, con la sua recente “manifestazione di interesse” rivolta ai Centri di Assistenza Fiscale (CAF), sembra aver superato con una disinvoltura preoccupante.

L’avviso, pubblicato il 15 settembre 2025 (delibera n. 106/2025) sul sito web del comune, parte da un’intenzione apparentemente nobile: “garantire il più ampio esercizio dei diritti e l’accesso agevole ai servizi”. Un obiettivo lodevole, se non fosse che il Comune pensa di raggiungerlo scaricando il lavoro sui CAF, chiedendo loro di operare a titolo gratuito e, come vedremo, creando una pericolosa concorrenza sleale.

Questo articolo non è solo una critica a un documento, ma un appello a tutti i professionisti: leggete sempre, con occhio critico, ogni riga di questi avvisi. Perché dietro belle parole può nascondersi una richiesta insostenibile. Analizziamo insieme, punto per punto, questo caso emblematico.

Cosa chiede davvero il Comune?

L’oggetto dell’accordo è chiaro: “attività di informazione, assistenza, compilazione e presentazione per i cittadini delle dichiarazioni/istanze per l’applicazione dei tributi locali”.

Traduco dal burocratese al cittadinese: non si tratta di dare un’indicazione generica. Si tratta di:

  • Consulenza fiscale specializzata: Analizzare la situazione di ogni cittadino.
  • Compilazione di pratiche complesse: Inserire dati, calcolare importi, applicare normative (IMU, TARI, ecc.).
  • Assunzione di responsabilità: I CAF sono responsabili di ciò che trasmettono. Un errore costa caro.
  • Impiego di risorse: Personale qualificato, tempo, software, uffici.

Il Comune non sta chiedendo una cortesia. Sta chiedendo a delle imprese private di svolgere un pezzo del proprio lavoro. E qui sorge un paradosso clamoroso: questo lavoro noi CAF lo facciamo già! Quante volte i cittadini arrivano da noi, disperati, con lettere di pagamento sbagliate, calcoli della TARI incomprensibili o avvisi errati inviati proprio dal Comune? Siamo noi, per non farli impazzire nelle code degli uffici pubblici, a risolvere i problemi che l’ente stesso crea. E ora ci viene chiesto di farlo gratis, come se fosse un favore? Ma, davvero, stiamo scherzando?

Il Paradosso della “Formazione”

A fronte di questo impegno gravoso, cosa offre il Comune? Un compenso? Un rimborso? Niente di tutto questo. La frase che lascia basiti è questa:
“Il Comune di Taranto metterà a disposizione dei CAAF/CAF dei formatori al fine di istruire gli operatori coinvolti nella trattazione delle pratiche.”

Si, lo so. Fa ridere ma, rileggiamola. Il Comune ti chiede di lavorare gratis e, in cambio della tua prestazione professionale, ti offre un corso per insegnarti a fare proprio quel lavoro che gli stai regalando. È un paradosso surreale. È come chiedere a un fornaio di regalare il pane a tutta la città, offrendogli in cambio un corso su “come si impasta”. Questa “contropartita” non solo è offensiva, ma è un costo aggiuntivo: le ore di formazione sono ore sottratte al lavoro retribuito.

La concorrenza sleale

Ed ecco il punto più subdolo. Negli ultimi anni, i CAF e i patronati sono “spuntati come funghi”. Esiste un ecosistema fatto di grandi strutture, legate a nomi sindacali altisonanti e con ampie risorse, e di piccole realtà indipendenti, magari con 6 o 8 operatori, che lottano per far quadrare il bilancio.

Chi potrà permettersi di aderire a questa iniziativa? Non certo il piccolo CAF, che non può assentare il personale per corsi formativi e poi farlo lavorare gratis. Ogni ora di lavoro è vitale per la sopravvivenza.

Quindi, forse il grande CAF, quello con decine di dipendenti, che può “sacrificare” una risorsa per ottenere visibilità, accreditarsi presso l’amministrazione o per puri calcoli politici.

Il risultato? Il Comune creerebbe una concorrenza sleale devastante. Dà un vantaggio enorme a chi ha già più risorse, affossando quelle piccole strutture che spesso lavorano di più e meglio, offrendo un servizio più umano rispetto a certi colossi dove, come raccontano i cittadini, a volte sembra di dover pagare anche solo per un “buongiorno”. Si creerebbe un’alleanza di fatto tra ente pubblico e giganti del settore. Ma non esiste proprio!

I rischi per i CAF, tutti i vantaggi per il Comune

Un principio base di qualsiasi attività è che al rischio deve corrispondere un guadagno. Questo avviso capovolge tale logica, esponendo i professionisti a rischi enormi a fronte di un guadagno nullo. Si tratta di un accordo a senso unico (punto ”a” e ”f”), uno squilibrio inaccettabile:

  • Per i CAF: significa assumersi tutti i rischi legali, economici e operativi; investire tempo e personale qualificato; sostenere i costi fissi della propria struttura. Guadagno? Zero.
  • Per il Comune: significa ottenere un servizio essenziale a costo zero; smaltire le code ai propri sportelli; migliorare la propria immagine di efficienza e risparmiare preziose risorse interne. Rischio? Zero.

La beffa finale: l’avviso “sperimentale”

Come se non bastasse, la sezione “AVVERTENZE” aggiunge il danno alla beffa:
“Il presente avviso […] non vincola in alcun modo il Comune di Taranto, il quale si riserva la facoltà di non stipulare alcun accordo […] o di sospendere, modificare, annullare la procedura.”

In pratica, un CAF potrebbe investire in questa folle iniziativa per poi vedersi comunicare che il Comune ha cambiato idea. Nessuna tutela, nessuna garanzia. Solo doveri da una parte e totale discrezionalità dall’altra.

Cocnlusione e appello

Questo avviso è sbagliato su tutti i fronti. È irrispettoso, economicamente insostenibile e crea una grave concorrenza sleale. L’intento di aiutare i cittadini non può diventare il pretesto per pretendere lavoro gratuito.

L’appello, quindi, è duplice. Al Comune di Taranto: ritirate questo avviso e, se credete nel servizio, strutturatelo su basi eque, retribuendo chi lavora.

Ai colleghi dei CAF e a tutti i professionisti: non svendete mai il vostro lavoro con un ente pubblico. Come ha detto qualcuno, “ognuno pensasse al suo ente e lavoro”. Continuiamo a servire i nostri cittadini e i nostri tesserati. La nostra professionalità ha un valore. Pretendere che venga riconosciuto non è arroganza, è dignità.

I prossimi passi

A seguito di queste riflessioni, ho predisposto una comunicazione ufficiale tramite PEC da inviare all’ufficio comunale proponente e, per conoscenza, al Sindaco di Taranto. L’obiettivo è illustrare formalmente le criticità evidenziate in questo articolo e chiedere il ritiro di questa proposta iniqua e dannosa. Qualora non ricevessi un riscontro o l’avviso non venisse ritirato, questo stesso articolo diventerà una lettera aperta che invierò a tutte le testate della stampa locale.

Ma non mi fermerò qui. La questione solleva un problema di principio che travalica i confini della nostra città. Per questo, la stessa comunicazione sarà inoltrata agli organi di vigilanza competenti, ai Ministeri di riferimento e alla Consulta Nazionale dei CAF, perché la dignità del nostro lavoro e la tutela delle piccole realtà professionali devono essere difese a ogni livello.

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