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Taranto: il silenzio assordante del potere politico.

Taranto: il silenzio assordante del potere politico.

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È passata più di una settimana da quando ho inviato la mia prima PEC. Una comunicazione formale, indirizzata al Sindaco e agli uffici competenti, per chiedere conto di una “manifestazione di interesse” che, per usare un eufemismo, faceva acqua da tutte le parti (link della lettera aperta QUI). La risposta? Silenzio. Quella ”manifestazione” è ancora attiva sul sito web del comune e mai ritirata. Un silenzio assordante, quello tipico dei palazzi che si sentono intoccabili.

Visto il vuoto, ho deciso di scrivere una lettera aperta alla stampa (LINK). L’articolo è stato letto, ha circolato, ma il risultato non è cambiato. Dal Comune, nessuna chiamata, nessuna email, nessun segnale di fumo. Zero.

Eppure, qualcosa si è mosso. Ma non alla luce del sole, non attraverso i canali ufficiali. Si è mosso nel sottobosco, in quella zona grigia che a Taranto conosciamo fin troppo bene: le “vie traverse”. Hanno iniziato a contattarmi personaggi legati alla maggioranza, amici di, parenti di, membri della stessa fazione politica. Non per capire, non per risolvere. Ma per sondare.

Usano quel linguaggio che io chiamo “politichese”, un misto di finta astuzia e frasi vuote, credendo forse di avere a che fare con uno sprovveduto. Giocano sulla convinzione, purtroppo diffusa in questa città, che basti un’alta percentuale di analfabetismo funzionale e un po’ di clientelismo per farla franca. Fanno domande capziose, cercano il pelo nell’uovo per confutare l’inconfutabile. Ma quando gli spieghi punto per punto la cretinata che hanno scritto nero su bianco in quell’avviso, cadono dalle nuvole. Non hanno argomenti, perché non c’è sostanza dietro le loro manovre.

La cosa più grave? Ho scoperto, sempre per vie traverse, che sarebbe stata fatta una riunione con alcuni CAF per discutere di questa proposta. Peccato che presidenti di altri CAF non abbiano mai ricevuto un invito. Questo non è solo un errore, è un metodo: decidere in stanze chiuse, con pochi “amici”, e poi pretendere che la cosa sia trasparente e aperta a tutti. È l’arroganza di chi crede che la città sia cosa sua.

E qui arriviamo al punto. Questa vicenda non è un caso isolato. È il sintomo di una malattia cronica che affligge Taranto. È un copione che si ripete fino alla nausea. I cittadini valgono ZERO, per loro!

In campagna elettorale, l’attuale sindaco e i suoi sostenitori avevano promesso la decarbonizzazione senza perdere posti di lavoro. Risultato? L’ex Ilva affonda (e speriamo bene, si attendono notizie da Milano), con sempre più operai in cassa integrazione.

Per quanto riguarda il dissalatore, è illuminante rileggere oggi le parole esatte del sindaco, all’epoca candidato, in un’intervista sul giornale “Cronache Tarantine” (LINK). Alla domanda: «Poi ci sono le questioni legate al rigassificatore e al dissalatore sul fiume Tara. Come contate di agire nell’ambito di quelle che sono le competenze dell’amministrazione comunale?», lui rispose così:

«Sul rigassificatore siamo contrari. La vera alternativa sostenibile è l’utilizzo pieno della TAP, già attiva, senza imporre ulteriori servitù a Taranto. Per il dissalatore, siamo già in una fase molto avanzata, ma ciò non significa che l’amministrazione comunale debba restare immobile. Utilizzeremo tutti gli strumenti urbanistici e giuridici per proteggere il fiume Tara e il suo ecosistema. L’interesse pubblico, ambientale e paesaggistico sarà sempre prioritario nelle nostre scelte».

Analizziamo bene queste parole. Sul rigassificatore, la posizione era netta: “siamo contrari” (vedremo!). Sul dissalatore, invece, inizia il capolavoro del politichese. La frase “siamo già in una fase molto avanzata” era un modo per mettere le mani avanti, per preparare il terreno alla futura inerzia. La promessa di usare “tutti gli strumenti urbanistici e giuridici” è la classica formula vuota che non impegna a un risultato, ma solo a un tentativo. Non ha promesso di bloccarlo, ha promesso di “proteggere”, una parola vaga che non significa nulla di concreto. Era un modo per rassicurare l’elettorato sensibile alle tematiche ambientali, pur sapendo che il progetto sarebbe andato avanti.

E infatti, qual è il risultato? Il cantiere del dissalatore è già una realtà.

Persino un’esponente dell’Alleanza Verdi, la cui fazione politica ha i suoi amici e referenti che siedono nella maggioranza del Comune di Taranto, si vantava del loro ruolo di “guardiani” dell’ambiente, dicendo che senza di loro avremmo avuto la BRT “sotto casa”, il dissalatore e la nave rigassificatrice. Risultato? La BRT va avanti, il dissalatore è partito e ora tremiamo all’idea di veder comparire anche una nave rigassificatrice nel nostro mare già martoriato.

Cosa dimostra tutto questo? Che non importa se sei di maggioranza o di opposizione. A Taranto la politica è diventata uno spettacolo patetico. Un esercizio di masochismo collettivo dove si promette A e si realizza B, contando sull’apatia dei cittadini, sulla loro disperazione o, peggio, sulla loro fame di piccoli favori. L’importante è arraffare qualche spiccio, ottenere un po’ di potere per vantarsi di non si sa bene cosa, in una città che cade a pezzi.

L’aiuto dei cittadini lo cercano solo sotto elezioni. Ti blandiscono, ti promettono, ti chiedono il consenso. Finite le elezioni, spariscono. Esisti di nuovo solo se sei “amico di”, se fai parte della compagnia bella. Per tutti gli altri, il nulla.

E allora, cosa resta da fare? Io, per quanto mi riguarda, continuerò a rompere le scatole a questi politici di ventura. Questo perché ho un lavoro, una dignità e non ho la spina dorsale flessibile. Ma sono disilluso, questo si. Infatti cime dico sempre a mia figlia: studia, impara le lingue e preparati ad andartene. Non è una questione di Nord contro Sud, è l’Italia intera che è compromessa.

Tra trent’anni, quando questo Paese sarà abitato solo da delinquenti, evasori e gente che non ha voglia di fare nulla, mi chiedo da dove prenderanno i soldi, questi politici, per pagarsi i loro stipendi.

Fino ad allora, non ci resta che sopravvivere. Adattarsi. E continuare a chiamare le cose con il loro nome, guardandoli dritti negli occhi mentre loro distolgono lo sguardo. Perché non hanno il coraggio di rispondere delle proprie azioni. Mai.

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