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Taranto e ex-Ilva: il ”fallimento” è della politica, non dei cittadini.

Taranto e ex-Ilva: il ”fallimento” è della politica, non dei cittadini.

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Il caso ex-ilva

L’ex Ilva è al capolinea? A leggere i titoli di molti giornali, che parlano apertamente di “fallimento”, sembrerebbe di sì. Una visione drastica, definita “un fallimento totale” per usare le parole esatte di Rocco Palombella, segretario della Uilm, di fronte all’esito dell’ultima asta. Eppure, c’è ancora chi parla di allarmismo e si ostina a inseguire l’incubo di tenere in vita questa fabbrica a ogni costo.

Da che parte stare, quindi? Per me, come sempre per tanti cittadini, comitati e associazioni, la prospettiva di una chiusura non è una tragedia, ma l’unica, tardiva via d’uscita. La vera discussione dovrebbe vertere su chiusura, bonifica e, soprattutto, riconversione. La storia, con scandali come “Ambiente Svenduto” e sentenze europee ignorate dal governo, ci ha insegnato che insistere sulla vecchia strada è un suicidio annunciato.

E la recente asta lo conferma: le uniche offerte per l’intero complesso arrivano da fondi speculativi americani, maestri nel ristrutturare aziende in crisi per poi, presumibilmente, rivenderle. Davvero si può credere a un futuro industriale basato su offerte simboliche da un euro? La politica ci chiede di ”fidarci” di criteri come “solidità industriale” e “decarbonizzazione”, ma quali garanzie possono offrire entità la cui missione è il profitto finanziario, non lo sviluppo a lungo termine di un territorio? Il ritiro di un colosso industriale come Jindal, spaventato dalle troppe incognite, è il segnale più onesto di tutti sulla reale situazione.

Il vero fallimento, quindi, non è l’ipotesi della chiusura. Il vero fallimento è non aver mai preparato un’alternativa. È l’incapacità della politica di tutelare prima quegli stessi operai, oggi sempre più in cassa integrazione. E non si accusi la cittadinanza. La colpa è delle amministrazioni (passate e presenti) che hanno campato di propaganda, incassando voti mentre avrebbero dovuto disegnare un futuro diverso per Taranto. Vogliamo ricordare quello più eclatante del M5S? Nah, meglio non rivangare il passato.

Comunque, quando sento pronunciare quella frase “verremo a mangiare a casa vostra”, fidatevi che, non viene dalla pancia degli operai e i suoi familiari. O meglio, è un’arma di terrorismo psicologico usata da una politica incapace per mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Siamo nel 2025, in una città come Taranto, una perla meravigliosa stuprata a livello ambientale, sanitario e socioculturale. Una città dove, giustamente, non tutti sognano di finire in fabbrica.

Ma quale decarbonizzazione? Quali forni elettrici? Smettiamola di parlare di aria fritta (perdonate il giro di parole involontario!). Taranto ha SEMPRE AVUTO delle potenzialità immense, sistematicamente ignorate, come:

  • Diventare il principale hub strategico del Mediterraneo per il commercio e la logistica, potenziando le infrastrutture portuali.
  • Valorizzare il suo immenso patrimonio archeologico (è una capitale della Magna Grecia), il centro storico e le bellezze naturali, creando un’offerta turistica sostenibile che vada oltre la stagione estiva.
  • Investire in acquacoltura sostenibile (la mitilicoltura tarantina, una volta bonificate tutte le acque, potrebbe tornare a essere un’eccellenza mondiale, e non solo ”nazionale”) e ricerca marina.
  • Trasformare il problema in risorsa, creando un centro di competenza internazionale sulle tecnologie di bonifica ambientale, esportando know-how in tutto il mondo.
  • E molto, molto altro!

Ora, ipotizziamo: e se l’ex Ilva finalmente chiudesse davvero? La responsabilità ricadrebbe interamente sulla politica, che non ha mai preparato un piano B. Ma di fronte a uno scenario del genere, quale rete di protezione esiste per chi perde il lavoro? Sulla carta, lo Stato ha messo in campo i suoi strumenti, come la NASPI, l’Assegno di Inclusione (AdI) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL). Il problema, però, è che questi meccanismi, nati per sostenere e reinserire, si rivelano spesso un fallimento annunciato. Non basta erogare un sussidio. Se a questo si aggiungono una burocrazia asfissiante e progetti di inserimento lavorativo quasi sempre inutili, la frittata è fatta. Il risultato è una catastrofe sociale che non riguarda solo noi tarantini, ma tutto il Sud: persone lasciate in un limbo, senza una reale prospettiva di riscatto.

E la colpa di chi è? È inutile girarci intorno: è SEMPRE della politica. Di quella classe dirigente che lancia le riforme con grandi proclami, ma poi le abbandona a se stesse. L’importante è potersi sciacquare la bocca con comunicati stampa, mentre si attivano corsi-fantasma tanto per dire di aver fatto qualcosa, lasciando che il sistema marcisca dall’interno.

Ecco perché, di fronte al fallimento annunciato degli strumenti ordinari, servirebbero soluzioni straordinarie e dignitose per i lavoratori. Le soluzioni, in realtà, esisterebbero: prepensionamento per chi ha più anni di servizio, considerando che si tratta di un lavoro ULTRA usurante, e per gli altri un sostegno che combini l’assegno di inclusione con un vitalizio basato sugli anni di lavoro in fabbrica. E se qualche genio dalla pancia piena e la testa vuota pronuncerà la fatidica obiezione sui “costi per le casse dello Stato”? La risposta è una sola: chissenefrega. Sinceramente, pagherei volentieri una trattenuta in più sulla mia busta paga per garantire un futuro a chi perde il lavoro all’Ilva. Ne paghiamo tante di tasse per cose inutili, a partire dagli stipendi dei politici, figuriamoci se mi pesa contribuire a una causa giusta. Smettiamola, quindi, con il terrorismo psicologico del “tutti a casa senza un futuro”, spesso agitato da politica e sindacati compiacenti.

Ecco perché, di fronte a questo disastro, la vera bonifica da fare non è solo quella ambientale dell’ex Ilva, che peraltro andava fatta “ieri”, come diceva qualcuno/a. Serve una bonifica culturale e sociale molto più profonda. Bisogna sradicare la mentalità della dipendenza e della rassegnazione, per sostituirla con una cultura della responsabilità e del futuro.

Questo significa smettere di offrire corsi-fantasma e iniziare a investire con decisione nella formazione delle nuove generazioni, orientandole verso le professioni che un territorio ricco come Taranto può davvero offrire, in linea con il suo immenso potenziale storico, marittimo e logistico.

Significa, in parole povere, dare ai propri figli la possibilità di SCEGLIERE. Scegliere cosa fare della propria vita senza essere costretti a fuggire altrove per costruirsi un futuro.

Significa, soprattutto, ricostruire il senso di comunità, l’unione e la coesione sociale che decenni di crisi hanno eroso.

Perché la chiusura di una fabbrica, che solo una politica senza visione può definire un fallimento, non può e non deve essere la fine di una città. Può e deve essere l’occasione per scrivere un nuovo inizio: l’inizio della sua rinascita.

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