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Taranto e Ex Ilva: ultimatum dal Tribunale. O si mette a norma o chiude.

Taranto e Ex Ilva: ultimatum dal Tribunale. O si mette a norma o chiude.

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La notizia

Cari lettori e concittadini, parliamoci chiaro. Il Tribunale di Milano ha finalmente sganciato una bella ”bomba”: l’ex Ilva ha tempo fino al 24 agosto per mettersi in regola, altrimenti deve spegnere tutto. E non lo dico io: è da ieri che se ne parla tanto proprio perché lo stabilisce una sentenza della quindicesima sezione civile del Tribunale delle Imprese di Milano. Ma siccome qui a Taranto ne abbiamo sentite di tutti i colori, cerchiamo di capire bene cosa è successo e facciamoci anche qualche domanda scomoda.

”Luci e Ombre”

Proprio oggi, venerdì 27 febbraio, l’avvocato che segue la causa promossa dall’Associazione Genitori Tarantini ha pubblicato un aggiornamento fondamentale.

Nello screen che vedete qui sopra c’è il testo integrale, ma voglio spiegarvi cosa significano davvero quelle parole. L’avvocato parla di “luci e ombre”.

  • L’ombra (la parte meno buona) è che il Tribunale non ha accolto subito la richiesta sul clima (emissioni CO2).
  • La luce, invece, è che c’è un punto che rappresenta una svolta. In parole povere, il giudice ha stabilito che l’autorizzazione statale (l’AIA) non è più uno scudo intoccabile.

Fino a ieri, l’azienda poteva difendersi dicendo: Ho il permesso dello Stato, quindi sono in regola anche se inquino. Da oggi, grazie a questa sentenza, quel “pezzo di carta” non basta più a giustificare i danni alla salute. È caduta la protezione automatica.

L’avvocato però avverte di tenere i piedi per terra per due motivi:

  1. Il rischio ricorso. L’azienda e il Governo infatti hanno 10 giorni di tempo per opporsi a questa decisione.
  2. La sfiducia. È comprensibile essere scettici dopo anni di promesse mancate (pensiamo a “ambiente svenduto” o alla sentenza europea “Cordella” del 2019 rimasta inascoltata), ma l’avvocato spiega che questa volta c’è un’arma legale in più.

Cosa ha deciso il Giudice?

Per capire meglio, facciamo un passo indietro: l’Ilva per funzionare ha bisogno di questa “patente” chiamata AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). L’ultima gliel’ha data il Ministero dell’Ambiente ad agosto 2025. Il Tribunale di Milano ha preso questa patente e ha detto: “Fermi tutti, questa carta in alcuni punti non vale niente“. Perché? Perché c’è una legge più importante sopra a tutto: la salute della gente.

I giudici si sono basati su quello che ha detto l’Europa (la Corte di Giustizia UE, sentenza del 25 giugno 2024). L’Europa ha stabilito due regole sacre:

  1. Prima di dare permessi, devi calcolare (sì, lo so, è assurdo… cosa devono calcolare ancora?!) se la gente si ammala (VIS – Valutazione Impatto Sanitario), non basta contare quanto fumo esce.
  2. Se c’è pericolo per la salute, la fabbrica si deve fermare. Punto.

Quindi il giudice in sintesi ha detto al Governo: ”Non potete dire vabbè, poi vediamo. O sistemate subito i problemi delle polveri, dei giorni di vento e delle torce, o chiudete baracca”.

Un grazie doveroso

Questa sentenza arriva perché 11 ricorrenti (10 adulti e un bambino dell’Associazione Genitori Tarantini) hanno avuto il fegato di fare causa. E sì, bisogna essere onesti… hanno rischiato i soldi loro. Se perdevano, toccava a loro pagare gli avvocati dell’Ilva. Questo è un dato di fatto… ed è inattaccabile e va rispettato.

Però, lasciatemelo dire, questa non è solo la vittoria di chi ha messo una firma. Io, da semplice cittadino e blogger che da anni voglio vedere quella fabbrica chiusa, smantellata e bonificata, voglio dire grazie anche a tutti gli altri. A quell’esercito silenzioso che ha reso possibile tutto questo:

  • A chi ha riempito le piazze durante le manifestazioni, i sit-in e eventi (cittadini, comitati, altre associazioni, ecc) togliendo tempo alla famiglia, salute e lavoro. E il pensiero va anche a chi, purtroppo, oggi non c’è più, portato via proprio dai tumori.
  • A chi ha fornito dati tecnici, competenze e studi (spesso gratuitamente e nell’ombra) per dare sostanza alle denunce.
  • A chi ha condiviso notizie, fatto girare informazioni sui social e tenuto alta l’attenzione mediatica quando tutti volevano spegnere i riflettori.
  • A chi non ha firmato quel foglio, ma ha sostenuto la causa sia moralmente che materialmente, aiutando anche con piccole donazioni i firmatari.

La firma è di 11 persone, ma la spinta è di una buona parte della città e della provincia.

E intanto i sindacati…

Mentre noi cittadini vediamo uno spiraglio di luce, c’è chi invece vede nero. Leggete cosa ha dichiarato ieri, 26 febbraio, Ferdinando Uliano (Segretario generale FIM CISL) nel loro comunicato stampa ufficiale. Uliano dice che la decisione del Tribunale “aggiunge complessità ad una vertenza che rischia di precipitare” e che “non possiamo permetterci di perdere la produzione di acciaio primario, anche a fronte delle mutate condizioni geopolitiche”. Si lamentano addirittura che l’azienda ha sospeso l’incontro per la Cassa Integrazione a causa della sentenza.

Ora, da cittadino che vuole la chiusura ma che pretende lavoro dignitoso per gli operai (perché le bonifiche e lo smantellamento sono lavoro, e pure tanto!), lasciatemi dire che questa posizione è, a mio parere, una cazzata immane. E vi spiego perché:

  1. Dire che la sentenza “complica le cose” è assurdo. La sentenza non complica, la sentenza chiarisce. Chiarisce che non si può produrre uccidendo. Se per il sindacato la priorità è ancora la “produzione di acciaio primario” invece della vita dei tarantini (e degli operai stessi!), allora non hanno capito nulla di quello che sta succedendo.
  2. La scusa della geopolitica…😅 Tirare in ballo le “condizioni geopolitiche” (le guerre, i mercati) per tenere aperto un impianto che un giudice ha definito pericoloso è inaccettabile. Non siamo carne da macello per l’economia nazionale.
  3. Infine ma non per ultimo, invece di piangere perché si rischia di spegnere l’altoforno, i sindacati dovrebbero battere i pugni sul tavolo per chiedere un Piano B immediato: garanzie per gli operai nel passaggio alla bonifica. Lottare per tenerla aperta a tutti i costi significa lottare per prolungare l’agonia.

Il dubbio

Ora, siccome non siamo nati ieri, facciamoci ”due conti in tasca”. È tutto oro quello che luccica? Io mi faccio delle domande più che legittime, da persona comune:

  1. E se si adeguano? Il giudice ha detto “o vi adeguate o chiudete”. E se l’Ilva dicesse “Ok, metto due filtri nuovi e rispetto i limiti”? A quel punto la fabbrica resterebbe aperta? Il rischio è che questa sentenza serva solo a far spendere altri soldi per “ambientalizzare” un mostro che in realtà andrebbe spento. Se l’obiettivo è la chiusura totale, questa sentenza potrebbe essere un’arma a doppio taglio: se loro rispettano le nuove regole, restano lì. E noi ci teniamo l’acciaio (e il carbone) per altri dieci anni.
  2. E il Governo? Sappiamo come funziona in Italia. Appena un giudice dice “chiudi”, il Governo fa un decreto “salva-Ilva” per dire “apri”. Succederà anche stavolta? Il Tribunale di Milano è stato forte, ma la politica ha sempre trovato scappatoie.
  3. Chi controlla? Il giudice ha detto che bisogna monitorare meglio. Ma chi lo fa? Sempre gli stessi enti? E ci possiamo fidare?

Ecco, io sono contento della sentenza, ci mancherebbe! È un passo avanti enorme. Ma non stappiamo ancora lo spumante. La vittoria vera sarà quando vedremo smantellare la fabbrica, partire con le bonifiche e garantire ai lavoratori un futuro dignitoso e, soprattutto, ben pagato. Fino ad allora, occhi aperti e restiamo uniti. Perché se ci dividiamo a litigare su “chi è stato più bravo”, facciamo solo il gioco di chi vuole che tutto resti com’è.

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