Referendum Giustizia 2026: io voto NO per logica e pensiero critico, non per politica!
Chiariamo!
Cari lettori e follower, tra poche ore (domenica 22 marzo dalle 7:00 alle 23:00 e lunedì 23 marzo dalle 7:00 alle 15:00) saremo chiamati a votare sul referendum per la riforma della magistratura. La narrazione comune vuole che chi vota “Sì” sia di destra e chi vota “No” sia tendenzialmente di sinistra. Io voterò NO, ma la mia non è una presa di posizione politica, ma, secondo me, per una questione di logica, di intelligenza e di priorità.
Questo referendum vuole cambiare la nostra Costituzione per separare le carriere dei magistrati. Ma siamo sicuri che sia questo il vero problema della giustizia italiana? Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma il Parlamento può fare entrambe le cose, cambiare la Costituzione e le leggi!”. In teoria sì, in pratica no. La politica ha tempi ed energie limitate. Concentrare il dibattito pubblico e le risorse dello Stato su un referendum costituzionale è un’arma di distrazione di massa. Serve a far finta di riformare la giustizia, ignorando le leggi di tutti i giorni che andrebbero cambiate subito.
Facciamo un passo indietro e guardiamo la storia, perché qui c’è un paradosso assurdo. La nostra Repubblica è nata dalle ceneri della dittatura. La nostra Costituzione è entrata in vigore nel 1948 ed è stata scritta dai padri fondatori ”antifascisti”. Oggi, una parte politica che storicamente ha radici lontane in quel passato che la Costituzione ha sconfitto, spinge forte per il “Sì”, per cambiare proprio quelle regole fondamentali.
Il mio voto è NO perché preferisco che l’impianto della nostra Costituzione rimanga così com’è. Il vero dramma italiano non è chi applica la legge (i giudici), ma quali leggi vengono applicate!!!!
E volete sapere qual è la vera assurdità? La politica si scontra per cambiare la Costituzione del 1948, ma nessuno dice che lo “scheletro” dei reati in Italia è ancora il Codice Penale (il cosiddetto Codice Rocco, approvato con il Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398), che risale al 1930! [Fonte ufficiale: normativa.it]

Sì, avete capito bene: in pieno ventennio fascista. Ora, so bene che dal 1948 a oggi la Corte Costituzionale ha “ripulito” il Codice Rocco dalle norme più dittatoriali [Fonte attendibile: wikipedia]. Ma il punto è proprio questo: oggi lavoriamo con un “Frankenstein” giuridico, un testo del 1930 rattoppato all’infinito.
Come sempre, per onestà intellettuale, e per non scadere nella facile retorica, riconosco benissimo che molti articoli sono stati riscritti da zero e che oggi esistono intere aree di diritto penale moderne che nel 1930 non c’erano… ad esempio: le leggi contro la mafia (come l’Articolo 416-bis del Codice Penale, introdotto nel 1982), il terrorismo, la corruzione internazionale o i reati informatici (introdotti con la Legge n. 547 del 1993). Ma questo non cambia la mia opinione, anzi, la rafforza: abbiamo continuato ad aggiungere stanze nuove e iper-tecnologiche a una casa vecchia con le fondamenta del 1930, invece di avere il coraggio di abbatterla e costruire un palazzo moderno e coerente fin dal primo mattone.
In Italia, come disse ironicamente Winston Churchill, “45 milioni di fascisti si sono svegliati il giorno dopo come 45 milioni di antifascisti“. Abbiamo fondato una Repubblica democratica, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di scrivere un Codice Penale totalmente nuovo, con una logica moderna.
E per quanto riguarda gli arresti? Beh, quante volte leggiamo di criminali arrestati in flagranza dalle Forze dell’Ordine (cioè presi letteralmente con le mani nel sacco, magari ripresi dalle telecamere o che hanno perfino confessato) che il giorno dopo sono già a casa ai domiciliari? Per noi cittadini è assurdo: se l’hanno visto tutti e le prove sono schiaccianti, cosa c’è da “preventivare”? L’istinto ci porta a dare la colpa al giudice che li rimette in libertà. Ma la realtà è che il giudice applica il Codice di Procedura Penale. Questo codice è del 1988 (D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447), ma negli anni è stato modificato così tante volte da diventare un colabrodo. A causa della presunzione d’innocenza, il carcere prima del processo non può essere usato come punizione anticipata. È proprio questo codice, all’Articolo 275, comma 3, che obbliga il magistrato a usare il carcere preventivo (o meglio, la custodia cautelare) solo come “estrema ratio” (l’ultima spiaggia), favorendo misure più blande come i domiciliari, a meno che non ci siano i gravi pericoli previsti dall’Articolo 274 (pericolo di fuga, inquinamento delle prove, rischio di ripetere il reato).
E non venitemi a dire che le scarcerazioni dipendono solo dal sovraffollamento delle carceri. È vero, le carceri scoppiano, ma questo conferma la mia tesi: il problema è strutturale! Riguarda le risorse, l’edilizia penitenziaria e leggi vecchie come l’Ordinamento Penitenziario (Legge n. 354 del 1975). Cambiare la carriera di un giudice con un referendum non costruirà un solo posto letto in più in carcere, né renderà i processi più veloci.
Tutto quello che ho scritto fin qui non è un’opinione da bar. Mi sono preso la briga di usare internet per quello che dovrebbe servire: informarmi, andare a leggere le leggi vere e le fonti esatte (come gli Articoli 274 e 275 del c.p.p. o la storia del Regio Decreto n. 1398). Nel momento storico in cui viviamo, non possiamo più delegare in bianco ai politici o credere agli slogan elettorali. Dobbiamo studiare i fatti.
Invece di fare un referendum per cambiare l’organizzazione interna dei tribunali, la politica dovrebbe avere il coraggio di fare una vera riforma strutturale dei Codici. Dobbiamo aggiornare le leggi per garantire la certezza della pena e non vanificare il lavoro delle Forze dell’Ordine.
Finché non cambieremo queste leggi obsolete e mal scritte, prendersela con i magistrati non servirà a nulla. Ecco perché il mio è un NO: difendiamo la Costituzione e cambiamo le leggi che non funzionano più. Questa resta la mia opinione personale, ferma e decisa. Ma è un’opinione che cerca l’equilibrio guardando in faccia la realtà dei codici e dei fatti, non le tifoserie politiche.