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Taranto & Manduria: le strade sono un vero  campo minato.

Taranto & Manduria: le strade sono un vero campo minato.

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Premessa

C’è un suono che ogni abitante di Taranto & Manduria conosce a memoria. Non è il rumore delle onde del notro amato mare o il canto delle cicale d’estate. È uno “SBAM” secco, violento, seguito da un’imprecazione (o più di una) e dal gelo che ti scorre nelle vene. È il suono della tua auto che sprofonda nell’ennesima buca, una voragine che sembra essere apparsa dal nulla ma che, in realtà, è lì da mesi, forse anni.

Prima di procedere, è importante che chi legge sappia una cosa: non scrivo semplicemente come blogger, ma prima di tutto come cittadino. Da automobilista, da passeggero, da persona che ogni giorno vive sulla propria pelle un calvario che ha del surreale. Le buche sulle nostre strade non sono un semplice disagio. Sono un’offesa alla nostra intelligenza, una minaccia alla nostra sicurezza e una violazione palese dei nostri diritti. E oggi voglio elencarli tutti, ma proprio tutti, i disagi che questa negligenza ci causa.

Ma partiamo dal concreto, dalla vita di tutti i giorni e contesti.

Noi, gli Automobilisti

Guidare qui non è più un’azione automatica, è uno sport estremo. Uno slalom speciale tra crateri, avvallamenti e asfalto sbriciolato. Ogni viaggio, anche il più breve, è un’incognita. Arriverò a destinazione con tutte e quattro le gomme integre? Le sospensioni reggeranno l’ennesimo colpo? Dovrò spendere altre centinaia di euro per cambiare cerchioni, braccetti o per rifare la convergenza? Guidiamo con una tensione costante, gli occhi fissi non sulla strada davanti a noi, ma sui 10 metri di asfalto che precedono il cofano, nel disperato tentativo di anticipare il disastro.

Motociclisti e ciclisti

Se per un’auto una buca è un danno economico, per chi viaggia su due ruote è una minaccia mortale. Non esagero. Una buca presa male con uno scooter o una moto significa perdere il controllo, cadere, finire contro un’altra auto o, nel migliore dei casi, riportare ferite gravi. Ogni volta che vedo un motociclista, penso al coraggio (o all’incoscienza) che serve per avventurarsi su queste trappole mortali che chiamiamo strade. Per loro non c’è carrozzeria a proteggerli. C’è solo l’asfalto, pronto ad accoglierli.

Il trasporto pubblico

E che dire degli autobus? Soprattutto a Taranto, la situazione è un dramma nel dramma! Non bastano i sistematici ritardi delle corse, chi non paga il biglietto e la gente che danneggia i mezzi rompendo vetri e sedili. A tutto questo si aggiunge il calvario delle buche. I veicoli pesanti, sobbalzando continuamente, non solo si danneggiano a una velocità impressionante (con costi che ricadono sulla collettività), ma contribuiscono ad allargare le buche stesse. E noi passeggeri? Siamo sballottati come birilli, aggrappati ai sostegni. Ho visto anziani faticare a restare in piedi, persone con problemi di schiena soffrire in silenzio. Un viaggio in autobus, che dovrebbe essere un servizio, si trasforma in una tortura. Per non parlare dei ritardi causati dalla guida a passo d’uomo o dalle deviazioni improvvise per “strada impraticabile”.

E noi pedoni?

E poi ci siamo noi, pedoni o disabili. Io amo camminare, è il mio modo per vivere la città, per osservarla da vicino. Ma anche qui, in città come Taranto e Manduria, una semplice passeggiata si trasforma in un’avventura rischiosa. Basta una pioggia, neanche un diluvio, e il dramma si compie. Gli scoli dell’acqua, spesso intasati o del tutto inesistenti, smettono di funzionare. I marciapiedi e i bordi delle strade diventano dei veri e propri laghi di acqua torbida. E il vero pericolo è ciò che non si vede. Mentre sull’asciutto riesci a mappare mentalmente le voragini da evitare, quando c’è quel mare d’acqua non hai più riferimenti. Non sai dove finisce il marciapiede e dove inizia una buca profonda un palmo. Il rischio di metterci un piede dentro è altissimo. E le conseguenze vanno dal banale (ma fastidiosissimo) inzupparsi completamente, rovinando scarpe, vestiti, protesi o ortesi, al rimediare una brutta storta alla caviglia o, nei casi peggiori, cadere rovinosamente a terra. Penso a un anziano, a un genitore con un passeggino, un disabile in carrozzina. Camminare o spostarsi con ausili, l’atto più semplice e naturale del mondo, è diventato un lusso pericoloso. Ah, quasi dimenticavo: vogliamo aprire il capitolo sull’educazione civica? Quella che manca a chi, vedendoti sul marciapiede accanto a una pozzanghera, invece di rallentare accelera per farti una doccia non richiesta. Ma lasciamo perdere, che è meglio, altrimenti tocchiamo un nervo scoperto sull’inciviltà.

L’Inaccettabile: i veicoli di emergenza!

Questo è il punto che mi fa più rabbia. Un’ambulanza che deve correre per salvare una vita è costretta a rallentare per non distruggere le delicate attrezzature a bordo o per non aggravare le condizioni del paziente trasportato. Un’auto della polizia o dei vigili del fuoco che perde secondi preziosi in un inseguimento o per raggiungere un incendio. E come se le buche non bastassero, ci si mettono anche i tanto odiati dossi artificiali. Capisco perfettamente l’intento: sono pensati come dissuasori per evitare che qualche imbecille scambi le nostre città per il circuito del Mugello. Ma sorge spontanea una domanda sulla loro logica e, forse, legalità, specie quando si pensa all’impatto devastante su un mezzo di soccorso. Un dosso preso a velocità può essere dannoso quanto una buca per un paziente o per le attrezzature. Eppure basterebbe così poco per trovare soluzioni più intelligenti. Esistono i cosiddetti “cuscini berlinesi”, rialzi più stretti che rallentano le auto ma consentono ai mezzi di soccorso, che hanno un assale più largo, di passarci sopra quasi indenni. O ancora, si potrebbero usare strettoie o persino la segnaletica orizzontale con effetto ottico che induce psicologicamente a rallentare senza creare un ostacolo fisico. Persino gli autovelox in città, se usati con intelligenza, sarebbero preferibili. Ad esempio, prima del punto di controllo, un grande display luminoso che mostra in tempo reale la velocità del veicolo in avvicinamento. Un avviso chiaro, preventivo. Se l’automobilista ignora l’avvertimento e continua a correre, allora scatta la sanzione, dalla multa al sequestro del veicolo. Prevedendo, naturalmente, la possibilità per chiunque di contestare la multa dimostrando una reale e documentabile situazione di emergenza, come una corsa in ospedale. La nostra incuria, quindi, si manifesta in due modi: nel non fare (lasciando le buche) e nel fare male (installando ostacoli indiscriminati o gli imbecilli che corrono), ma il risultato è lo stesso: mettere a rischio la vita delle persone nel momento del bisogno.

Non è questione di sfortuna, è Illegale!

Questa non è una lamentela sterile. È una denuncia basata su diritti precisi. Spesso ce ne dimentichiamo, ma lo Stato e gli enti locali hanno dei doveri nei nostri confronti.

  1. Il codice della strada (Art. 14): Parla chiaro. L’ente proprietario della strada (Comune, Provincia, ANAS, ecc.) ha l’obbligo di “provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredi”. Questo significa che una strada sicura non è un favore, è un loro preciso dovere legale.
  2. Il Codice Civile (Art. 2051 – Responsabilità per cose in custodia): Questo articolo è la nostra arma più forte. Stabilisce che chi ha in custodia una cosa (in questo caso, l’ente che gestisce la strada) è responsabile dei danni causati da essa, salvo che provi il “caso fortuito”. Una buca presente da settimane non è un “caso fortuito”. È negligenza. Questo significa che ogni danno alla nostra auto, ogni lesione fisica, è legalmente risarcibile. Ma quanti di noi hanno la forza e il tempo per intraprendere una battaglia legale per un diritto che dovrebbe essere garantito?

Ma la faccenda, e qui viene il bello, va ben oltre il semplice (e già abbastanza trascurato) Codice della Strada. E siccome non voglio passare per pignolo, ma solo per un cittadino con un’ottima memoria, vorrei citare un altro testo. Immaginiamolo come un vademecum fondamentale, quel manuale che dovrebbe essere la base per superare “l’esame di ammissione” per diventare amministratore di una città. Sto parlando di quel documento che, a giudicare dai fatti, molti dei nostri politici devono aver saltato a piè pari durante la preparazione: la legge più importante del nostro ordinamento, la Costituzione Italiana.

  • Articolo 32 (Diritto alla Salute): La sicurezza stradale è parte integrante del diritto alla salute e all’incolumità fisica. Strade dissestate che causano incidenti e lesioni sono una violazione di questo principio fondamentale.
  • Articolo 16 (Libertà di circolazione): “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”. Questa libertà è di fatto limitata quando le infrastrutture sono così pericolose da rendere gli spostamenti un rischio calcolato.
  • Articolo 3 (Principio di eguaglianza): È forse giusto che un cittadino del Sud debba affrontare rischi e costi che un cittadino di altre parti d’Italia non affronta con la stessa drammatica frequenza? Questa disparità infrastrutturale crea cittadini di Serie A e di Serie B.

Il danno d’immagine

Infine, ma non meno importante, c’è l’impatto visivo. Le nostre strade sono il biglietto da visita dei nostri territori. Un turista che arriva per ammirare le nostre bellezze storiche, artistiche e naturali, e viene accolto da un percorso di guerra, che impressione avrà? L’immagine che diamo è di abbandono, di trascuratezza, di incapacità di prenderci cura persino delle cose più basilari.

Questa non è solo una questione estetica. È un danno economico enorme. Allontana il turismo di qualità, frena gli investimenti, rallenta la logistica per le nostre aziende. È un freno a mano tirato sullo sviluppo.

Conclusione?

Siamo stanchi. Stanchi di contare i danni, di rischiare la vita, di sentirci presi in giro. Non chiediamo autostrade a dieci corsie o ponti avveniristici. Chiediamo il minimo sindacale: strade sicure, percorribili, dignitose. Chiediamo che le tasse che paghiamo si traducano in servizi essenziali.

La prossima volta che sentirete quello “SBAM” maledetto, non limitatevi a imprecare. Pensate che quel suono non è solo il rumore di una gomma che incontra una buca. È il suono di un diritto negato. E fino a quando continueremo ad accettarlo in silenzio?

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