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Ex Ilva, la svolta green? Ho letto un articolo che vuole ”convincerci” a scegliere il veleno minore.

Ex Ilva, la svolta green? Ho letto un articolo che vuole ”convincerci” a scegliere il veleno minore.

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Premessa

Cari lettori, voglio condividere con voi una riflessione nata dalla lettura di un articolo pubblicato il 19 agosto sul giornale online di “Cronache Tarantine” (qui il link). L’articolo dipinge un quadro quasi idilliaco del futuro dell’ex Ilva, parlando di un “senso di marcia giusto” e di un “Accordo di Programma” che a settembre dovrebbe finalmente risolvere tutto. Ma in breve, cosa dice l’articolo?

Per chi non lo avesse letto, l’articolo sostiene che la strada intrapresa per la grande acciaieria di Taranto sia l’unica possibile e quella giusta. I punti chiave sono diversi. Prima di tutto, si parla di decarbonizzazione, ovvero l’abbandono del vecchio e inquinantissimo ciclo a carbone per passare a tre forni elettrici e tre impianti di pre-ridotto, i cosiddetti DRI. Per fare un esempio pratico, è come se un’auto diesel Euro 0 venisse sostituita con un’auto a metano di nuova generazione; un passo avanti enorme in termini di emissioni di CO2, ma non significa che l’auto nuova non inquini affatto. Un altro punto fondamentale è che tutto deve restare a Taranto: l’intero processo produttivo, dalla materia prima all’acciaio finito, deve rimanere lì per garantire la sostenibilità economica ed evitare che altre regioni ne traggano vantaggio. Come se una pasticceria famosa per le sue torte decidesse di comprare le basi già pronte da un’altra città, perdendo il controllo sulla qualità e parte del suo guadagno. L’articolo dice: “dobbiamo continuare a fare tutto noi, dal lievito alla glassa, per rimanere i migliori e i più ricchi”. Inoltre, l’autore afferma che non ci deve più essere divisione tra produzione e ambiente, sono due facce della stessa medaglia. Infine, l’articolo elogia la pace politica raggiunta tra Governo, Regione Puglia, che ha anche stanziato 20 milioni per le aziende dell’indotto, e tutte le forze politiche per aver trovato un accordo, mettendo a tacere i “disfattisti di professione”.

A una prima lettura, sembra una favola a lieto fine. Ma è proprio qui che, da cittadino, vedo un tentativo pericoloso di far accettare l’inaccettabile.

Le mie riflessioni

L’articolo celebra una vittoria industriale e politica, ma ignora deliberatamente l’unica domanda che conta: perché Taranto dovrebbe ancora sopportare una fabbrica che l’ha devastata?

La cosiddetta “decarbonizzazione” non è la soluzione, è un’illusione. L’incongruenza è palese: si usa una parola dall’aura positiva, “green”, per mascherare la realtà. I forni elettrici e gli impianti DRI non sono a impatto zero. Producono polveri sottili, diossine e altri veleni. L’esempio dell’auto a metano è perfetto per spiegare l’inganno: certo, è meglio del vecchio diesel. Ma se il garage in cui la parcheggi è già saturo di gas tossici da decenni, e tu sei chiuso dentro, la soluzione non è usare un’auto che inquina un po’ meno. La soluzione è uscire da quel garage e aprirlo per far uscire il veleno. Taranto è quel garage. Dopo decenni di avvelenamento documentato, con un tasso di malattie e mortalità inaccettabile, l’unica soglia di inquinamento ammissibile è zero. Qualsiasi piano che non parta da questo presupposto è un insulto alla nostra salute.

L’insistenza sul mantenere l’intero ciclo produttivo a Taranto non è un vanto, è una condanna. L’articolo lo presenta come un traguardo economico, ma è una trappola sanitaria. Continuare a concentrare ogni fase inquinante in un territorio già martoriato non è una strategia, è accanimento terapeutico su un malato terminale. Usando l’esempio del ristorante, è come se, dopo aver scoperto che la cucina ha contaminato l’intero palazzo con l’amianto, si decidesse non solo di tenerla aperta, ma di aggiungere sul retro anche l’allevamento e il macello, per “massimizzare il profitto”. È una logica folle, che mette il guadagno di pochi davanti alla vita di tutti. La vera opportunità non è trasformare il prodotto siderurgico, ma trasformare il territorio, bonificarlo e creare un futuro diverso.

Infine, la “pace istituzionale” di cui parla l’articolo è la cosa più preoccupante. Non è un accordo per il bene della città, ma un patto per mantenere in vita il sistema che l’ha distrutta. Chi sono i “disfattisti” che l’autore critica? Sono i cittadini, associazioni, comitati, movimenti, i medici, i genitori che chiedono semplicemente di non morire per l’acciaio di qualcun altro. Etichettarli così è il vecchio trucco per silenziare chi chiede giustizia. Questa pace tra poteri forti serve solo a perpetuare un modello economico fallito, che ha scambiato la salute con un benessere che, nei fatti, non esiste. I dati parlano chiaro e smascherano la narrazione della fabbrica come fonte di ricchezza. Le statistiche attestano che Taranto non è solo la provincia con il maggiore decremento demografico della Puglia, ma è anche la più povera. Lo schema del centro studi delle Camere di Commercio, ad esempio, è impietoso: Taranto si classifica al posto 102 su 107 per incremento del reddito disponibile ed al posto 99 su 107 quanto a reddito disponibile per famiglia. In Puglia solo Foggia ha una situazione simile, ma con un decremento della popolazione inferiore. Quindi, di quale ricchezza stiamo parlando? I 20 milioni per l’indotto non sono un investimento, ma un’elemosina per tenere in vita un sistema che produce solo veleni e povertà, spingendo i nostri giovani a fuggire.

Nota per i lettori: Un sentito ringraziamento all’avvocato Maurizio Rizzo Striano per aver convalidato alcuni miei esempi e fornito ulteriori dati aggiuntivi da inserire, riguardanti la demografia e il reddito disponibile.

Le leggi che ci danno ragione!

Questa non è solo una battaglia di opinione, ma una lotta fondata su principi giuridici inattaccabili, che la politica sembra ignorare sistematicamente. La nostra Costituzione parla chiaro:

  • L’articolo 32 definisce la salute “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Non è un’opzione, non è un “costo” da bilanciare con la produzione. È il diritto supremo.
  • L’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Decenni di malattie e morti sono il danno più grande alla sicurezza e alla dignità.
  • Il nuovo articolo 9, modificato nel 2022, impegna la Repubblica a tutelare “l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Mantenere in vita l’ex Ilva è un tradimento diretto di questo principio, una condanna per i nostri figli e nipoti.

Ma non è solo l’Italia a dircelo. Il diritto dell’Unione Europea si basa sul principio di precauzione, che impone di adottare misure protettive anche solo quando si sospetta che un’attività possa causare un danno grave alla salute o all’ambiente, senza aspettare la prova scientifica definitiva.

Infine, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha già condannato più volte lo Stato italiano proprio per il caso Ilva (sentenza Cordella e associazione Genitori Tarantini con i loro legali), riconoscendo che non è stato tutelato il nostro diritto a un ambiente sano e alla vita privata e familiare, violando di fatto la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Non sono opinioni: sono sentenze. Lo Stato italiano è legalmente colpevole di non averci protetto.

Continuare a difendere questa fabbrica non è solo una scelta politica scellerata, è un atto illegale e incostituzionale che calpesta i nostri diritti fondamentali.

Epilogo

L’articolo di “Cronache Tarantine” descrive un piano per far sopravvivere una fabbrica. Ma il punto è che Taranto non può più sopravvivere con quella fabbrica. La discussione non dovrebbe essere su come produrre acciaio, ma sul perché dovremmo ancora farlo qui. L’autore scrive che la vera sconfitta sarebbe economica e culturale. Si sbaglia. La vera sconfitta, quella che non possiamo più permetterci, è contare un altro funerale causato dall’inquinamento.

L’articolo dice che industria ed ecologia sono “due facce della stessa medaglia”. A Taranto, questa medaglia ha sempre avuto una faccia sola: quella della morte. È ora di smettere di provare a lucidarla. È ora di fonderla e creare qualcosa di nuovo. L’unico “senso di marcia giusto” è quello che porta fuori dalla fabbrica, per sempre.

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