Dall’ospedale al ”tribunale” dei social: riflessioni su un reggiseno e la dignità violata di una paziente.
INDICE
Premessa
Un ospedale. Un luogo che nell’immaginario collettivo dovrebbe rappresentare cura, sicurezza, professionalità. Un luogo dove ci si affida, spesso in uno stato di vulnerabilità fisica ed emotiva. Eppure, è proprio tra le mura di un ospedale romano, l’Umberto I, che una normale richiesta di delucidazioni per una TAC si è trasformata in un caso nazionale, scoperchiando un vaso di Pandora fatto di sessismo strisciante e della violenza gratuita che popola i nostri social network.
I fatti: una “battuta da bar”
La dinamica è tristemente semplice. Una ragazza di vent’anni, in procinto di sottoporsi a un esame radiologico, pone una domanda più che lecita. Sapendo di dover rimuovere ogni oggetto metallico, chiede se sia necessario slacciare anche il reggiseno, munito di ferretto. Una domanda dettata dalla prudenza e, forse, dall’inesperienza.
La risposta del tecnico radiologo è un manuale di come non ci si dovrebbe mai comportare. Prima la rassicurazione professionale: “No, non è necessario”. Poi, l’aggiunta non richiesta, la frase “goliardica” lanciata di fronte ad altri colleghi: “Però se te lo vuoi slacciare, faresti contenti tutti”.
In quella manciata di parole c’è tutto: la riduzione della paziente a oggetto, l’abuso di una posizione di potere, la totale mancanza di empatia e di decoro professionale. La reazione della ragazza non si è fatta attendere: un video in lacrime, pubblicato sui social, in cui denunciava l’accaduto, sentendosi umiliata e vulnerabile.
Il Doppio Processo
Come un copione già scritto, l’arena dei social si è spaccata in due. Da una parte, un’ondata di solidarietà. Tante donne, e per fortuna tanti uomini, che hanno riconosciuto in quella frase una molestia bella e buona. Un commento inopportuno, sessista e inaccettabile, specialmente da parte di un operatore sanitario verso una paziente.
Dall’altra parte, l’immancabile esercito degli odiatori. I commenti che tutti abbiamo imparato a riconoscere: “esagerata”, “voleva solo visibilità”, “teatrante”, “per una battuta fa tutto ‘sto casino?”. È il tribunale del popolo di Facebook, dove frustrazione e cattiveria gratuita si mascherano da opinioni, dove chiunque si erge a psicologo, giudice e avvocato, emettendo sentenze senza conoscere nulla della persona che sta attaccando. Non sanno se quella ragazza abbia un passato di traumi, se la sua sensibilità sia a fior di pelle per motivi che non possiamo immaginare. Giudicano. Condannano. Feriscono.
Ma il fango non si è fermato ai commenti. In queste ore, come se non bastasse, stanno iniziando a circolare immagini private della ragazza, decontestualizzate e diffuse ad arte da quelle tipiche paginette social che prosperano sull’odio, tutto per qualche like in più. L’obiettivo è chiaro e squallido: dipingerla come una “poco di buono”, insinuando che, in fondo, se l’è cercata. E qui emerge un altro strato di becero sessismo. Anche se una donna decidesse di pubblicare una foto che qualcuno potrebbe giudicare ammiccante, questo non dà a nessuno il diritto di usarla come arma per invalidare il suo vissuto o per giustificare una molestia. Il contesto di una foto non lo conoscete, e la malizia, come sempre, sta negli occhi di chi guarda.
Le mie riflessioni da genitore
Da padre di una bambina che un giorno sarà donna, la mia reazione istintiva è di pura rabbia. Istintivamente, però, avrei agito in modo diverso da lei, spinto dalla protezione di un genitore. La prima cosa che avrei detto a mia figlia sarebbe stata: “Aspetta, non fare nessun video. Ora me la vedo io”. Subito dopo, sarei andato di persona in quell’ospedale. Non per usare la violenza (che è sempre la risposta sbagliata) ma per guardare negli occhi quel tecnico e fargli capire, con parole nette e decise, il peso del suo gesto.
Subito dopo, la ragione mi porterebbe a fare esattamente ciò che ha fatto la ragazza: un esposto formale all’ASL e, se necessario, una denuncia. Perché le istituzioni devono agire. E, lo ammetto, una parte di me vorrebbe avere il tempo e il modo di rintracciare ogni singolo autore di quei commenti velenosi, non per vendetta, ma per chiedere loro se avrebbero lo stesso coraggio di dire quelle parole in faccia a loro padre, a loro fratello, o alla persona che hanno appena insultato.
Il contesto legale: non è “solo una battuta”
E qui vorrei fare una precisazione. Io di mestiere faccio il ragioniere, non l’avvocato. Ma nel mondo di oggi non serve una laurea per informarsi. Questi “leoni da tastiera” perdono tempo a spargere veleno invece di usare internet per quello che può essere: una fonte di conoscenza. Sono ignoranti non come offesa, ma perché scelgono di ignorare la possibilità di capire prima di parlare. Ecco, io nella mia ignoranza da non-giurista, sono andato su Google e ho cercato. E sono uscite queste leggi qui:
- In primis, la frase rivolta alla ragazza potrebbe, e ripeto, POTREBBE configurare il reato di molestia o disturbo alle persone (Art. 660 del Codice Penale). Questo reato punisce chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, “per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo”. Il contesto ospedaliero, la posizione di potere e la natura sessista della frase rientrano perfettamente nel “biasimevole motivo”. L’ingiuria (offesa all’onore in presenza della vittima) è stata depenalizzata, ma resta un illecito civile che prevede un risarcimento del danno.
- Ma non finisce qui! Per gli hater online, sappiate che, chi ha insultato PESANTEMENTE la ragazza sui social potrebbe rispondere del reato di diffamazione aggravata (Art. 595 c.p.). Si tratta di un’offesa alla reputazione di una persona, comunicando con più persone. L’aggravante scatta proprio perché è commessa “col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, e internet è considerato tale. Le pene sono tutt’altro che leggere.
L’online non è una “terra di nessuno”. La tastiera non garantisce l’impunità. Idioti!
Conclusioni
Qualcuno potrebbe criticare la scelta della ragazza di usare i social. Eppure, dobbiamo essere onesti: quante denunce cadono nel vuoto? Quanti esposti finiscono archiviati? Spesso, purtroppo, è il “rumore mediatico” a smuovere le coscienze e a costringere le istituzioni ad agire con rapidità. L’eco di un video virale, come dimostrano casi portati alla luce da trasmissioni come Le Iene o Striscia la Notizia, può essere più potente di una pratica burocratica.
Questo non deve sostituire la giustizia, ma ci dice molto sulla nostra società. L’episodio dell’Umberto I non è un caso isolato. È il sintomo di una cultura in cui la dignità di una donna è ancora considerata negoziabile, oggetto di battute e di commenti lascivi. È lo specchio di un mondo digitale dove l’empatia è una merce rara e l’insulto è la prima lingua.
Ha fatto bene, quella ragazza. Ha fatto bene a non tacere. Che le sue lacrime siano state “esagerate” o meno non spetta a noi giudicarlo. A noi spetta riflettere. E, prima di digitare la prossima sentenza online, chiederci da che parte della storia vogliamo stare: dalla parte di chi ferisce o di chi, almeno, prova a capire.