Dall’empatia all’ossessione: forse stiamo perdendo di vista le nostre battaglie?
Riflessione
L’orrore di Gaza è innegabile, ma la nostra reazione ci sta rendendo ciechi di fronte al dolore che abbiamo in casa.
Aprire i social, accendere la TV, parlare con un amico. Da mesi, sembra impossibile sfuggire all’eco assordante e terribile di ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Le immagini che arrivano da Gaza sono un pugno nello stomaco, una ferita aperta nella coscienza collettiva. Parliamo di un massacro, di una catastrofe umanitaria che è giusto e doveroso condannare con ogni fibra del nostro essere. Non si può e non si deve restare indifferenti di fronte a bambini, civili, esseri umani la cui vita viene spezzata con una brutalità che lascia senza parole.
E fin qui, siamo tutti d’accordo. L’empatia è ciò che ci rende umani.
Ma c’è un “ma”. Un “ma” scomodo, difficile da digerire, che rischia di farmi perdere qualche lettore. Ed è questo: siamo sicuri che la nostra reazione, per quanto giusta nelle intenzioni, non stia scivolando in una deriva pericolosa? Siamo passati dall’attivismo all’ossessione, da una sana indignazione a un fanatismo che ci rende ciechi e sordi a tutto il resto.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per me, è stata una notizia letta di recente, quasi surreale nella sua drammaticità. Una paziente, in Italia, ha visto saltare il suo intervento chirurgico per rimuovere un tumore. Il motivo? L’anestesista aveva deciso che partecipare a una manifestazione pro-Palestina fosse più urgente (qui il link dell’articolo del TGcom24 con video).
Fermiamoci un attimo a riflettere. Un medico che abbandona un paziente per una causa, per quanto nobile, a migliaia di chilometri di distanza. Questo non è più attivismo. Questo è un cortocircuito etico e umano. È il sintomo di una società che ha perso completamente il senso delle proporzioni, che preferisce urlare per una guerra lontana piuttosto che combattere quella, silenziosa e altrettanto letale, che ha dentro i propri confini.
Perché di guerre, in Italia, ne abbiamo fin troppe. Mentre i nostri schermi sono inondati di immagini da Gaza o dall’Ucraina, chi parla più di Taranto (se non le solite associazioni, cittadini e comitati), dove la gente continua a morire di cancro per colpa di un’industria che ci avvelena da decenni? Chi scende in piazza (anche qui sempre i soliti) contro la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Sacra Corona Unita, che ogni giorno sparano, estorcono e distruggono il futuro dei nostri giovani? Questa è la nostra guerra. Qui muoiono i nostri civili.
E qui emerge l’ipocrisia più grande. Ci indigniamo per le armi che uccidono in Palestina, e facciamo bene. Ma siamo lo stesso Paese che contribuisce ad armare altre nazioni, un Paese che non riesce a disarmare la criminalità organizzata che ha in casa. Gridiamo “stop al genocidio”, ma accettiamo passivamente che intere regioni del nostro Sud siano sotto il controllo di mafie spietate.
A volte, con rabbia, mi viene da pensare: se due eserciti vogliono farsi la guerra, che si chiudano in un campo recintato e si combattano come in un macabro gioco di paintball. Vince chi resta in piedi. È una provocazione, certo, ma nasconde un pensiero più profondo: la guerra dovrebbe essere una scelta solo per chi è consenziente a combatterla. Troppo spesso, invece, diventa un obbligo imposto a giovani soldati che non credono nemmeno nella causa per cui rischiano la vita. Si muore per un fazzoletto di terra, per interessi economici o per l’arroganza di leader che si rifiutano di percorrere l’unica strada sensata: quella della diplomazia, del trattato, del rispetto reciproco senza invadere il terreno altrui. Ma lasciate in pace i civili, i bambini, la gente comune che vuole solo vivere. Questa logica dovrebbe valere ovunque, a Gaza come nelle nostre periferie.
Ovviamente, gran parte di questa distorsione è alimentata dai social media. Un conflitto che esiste da decenni è diventato improvvisamente il centro dell’universo mediatico perché oggi tutti possono essere protagonisti. Tutti giornalisti, tutti analisti geopolitici, tutti attivisti da tastiera. L’empatia si è trasformata in performance, la solidarietà in una gara a chi pubblica il post più toccante. Ma quando chiudiamo i social, il malato di cancro rimane sola con i suoi familiari e amici. La vittima di mafia rimane sola, con la sua paura. E in questo teatro dell’indignazione, non potevano mancare gli attori principali: i politici. Con la scusa aberrante di voler proteggere i bambini di Gaza o dell’Ucraina, molti di loro cavalcano l’onda emotiva per guadagnare consensi. È una passerella perfetta sulla vetrina internazionale, un modo per mostrarsi empatici e risoluti. Peccato che gli stessi politici si dimostrino tragicamente incapaci, o forse semplicemente non interessati, a proteggere i nostri cittadini. Mentre si spendono parole solenni per la pace nel mondo, a Taranto i bambini continuano a respirare veleni e i cittadini a contare i funerali. Proteggere un bambino a Taranto non è forse un dovere altrettanto sacro? O è solo meno conveniente dal punto di vista mediatico?
Non fraintendetemi. Non sto dicendo di voltare le spalle a Gaza. Sto dicendo di ritrovare l’equilibrio. Di coltivare un’empatia che non sia selettiva o pro tempore, un’indignazione che sappia riconoscere anche il dolore che abbiamo sotto il naso.
Perché il rischio più grande è che, nel tentativo di salvare il mondo, finiamo per perdere noi stessi. E per abbandonare chi, qui e ora, avrebbe un disperato bisogno del nostro aiuto.