“Qui va così”. Lo sfogo di una cittadina di Taranto
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Premessa
A volte scrivi un articolo e pensi di aver toccato il fondo del barile, di aver descritto il peggio. Poi, però, arriva un messaggio che ti costringe a guardare ancora più in basso, nell’abisso dove la politica non è più un gioco di palazzo, ma una condanna quotidiana.
Dopo la mia ultima riflessione (qui il link dell’articolo), un lettore mi ha scritto su WhatsApp. Non mi ha scritto solo per essere d’accordo con me, ma per condividere un pezzo della sua vita. ”Rrincarare la dose”. Le sue parole sono uno schiaffo, un pugno nello stomaco che merita di essere letto da tutti. Perché questa non è solo la sua storia, è la storia silenziosa di una parte enorme della nostra città.
Di seguito, vi riporto il suo sfogo con tutta la sua rabbia e dignità intatte.
Lo sfogo di un mio lettore
“Pienamente d’accordo, ma cosa si può fare? Andarsene, far studiare i figli… è diventato difficile, perché mi sa che anche negli istituti superiori funziona allo stesso modo. Taranto è piena di ragazzi che lasciano la scuola, che vanno a lavorare per dare una mano in casa perché la scuola non te la puoi permettere. È una gara a chi è meglio vestito. Come facciano non lo so. I professori non perdono tempo con i figli degli operai, ma per i figli di chi non è in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe sì. È così fin dalle elementari. I politici che ci governano sono lo specchio di una società vuota. Si sapeva che il nostro caro Sindaco sarebbe sparito, che negli uffici non trovi nessuno, che se cerchi lavoro devi essere o delinquente o conoscente. Con questo, scusi lo sfogo, sono disoccupato da un anno e l’unica cosa che mi hanno dato è un inserimento in un programma che non mi permette neanche di fare i corsi, perché risulto ”abile al lavoro”. E io le spese come le pago? Con quegli stupidi incontri che faccio con la Regione Puglia, dove trovi gente che ti dice: ”Lei ha ragione, ma qui va così”. Intanto io ho un minore da mantenere, da mandare a scuola. Lo sport non ne parliamo, perché non si può fare: costa quanto un affitto al mese. E a Taranto si continua a dormire, perché i soldi o ce li hai o non te li puoi neanche guadagnare. Nel frattempo, abbiamo le città piene di adolescenti che non sanno cosa fare. E chi è più volenteroso si trova un impiego da garzone, sfruttato perché ‘è piccolo’. E loro, nel frattempo, diventano sempre più ricchi e amici delle cosiddette ”persone per bene”. Grazie, e mi scusi ancora per lo sfogo.”
La mia risposta e riflessione
Cara lettrice, innanzitutto, non devi scusarti di nulla. Anzi, sono io a ringraziare te. Ti ringrazio per la fiducia che mi hai dato e per il coraggio che hai avuto nel mettere nero su bianco una realtà che fa male solo a leggerla, figuriamoci a viverla ogni singolo giorno.
Infatti hai toccato un punto dolente e terribilmente vero: l’idea di “andarsene” o di far studiare i figli fuori non è una scelta per tutti. È un lusso. E questo è forse il fallimento più grande della nostra comunità. Hai ragione, non tutti possono permetterselo. Questo ci porta dritti al cuore del problema: la scuola dovrebbe essere un diritto inalienabile, un’opportunità gratuita offerta a chiunque. Dovrebbe essere lo Stato a invogliare i ragazzi a studiare, a coltivare i propri talenti, non a costringere le famiglie a scegliere tra l’istruzione e un pasto caldo. La tua rabbia su questo è sacrosanta.
Sul tema della scuola come “specchio della società”, però, permettimi di aggiungere una riflessione, forse un po’ in controtendenza rispetto al tuo sfogo. Non metto assolutamente in dubbio che esistano le situazioni che descrivi, dove i “figli di” vengono privilegiati e dove l’umanità sembra mancare. Purtroppo, a Taranto come altrove, queste ingiustizie accadono.
Per esperienza personale, però, e per quello che vedo oggi, voglio spezzare una lancia a favore di tanti insegnanti. Ricordo professori, quando ero piccolo io, che avevano (non tutti, ripeto) un’umanità incredibile, che non guardavano da dove venivi ma solo dove potevi arrivare. Cercavano di farci innamorare della loro materia, di aprirci la mente. E anche oggi, credo che la maggior parte delle scuole sia popolata da docenti che si impegnano, che parlano con tutti, che cercano di correggere gli errori e di non lasciare indietro nessuno.
Qui, però, si innesta un altro fattore, fondamentale: l’educazione che parte da casa. La scuola può fare tantissimo, ma non può fare miracoli. Se manca la base, il rispetto per le regole e per gli altri che si impara in famiglia, ogni sforzo di un insegnante rischia di essere vano. L’educazione è un percorso che inizia tra le mura domestiche, molto prima di entrare in un’aula.
E il lavoro? La tua esperienza con i centri per l’impiego è l’emblema della beffa. Lo Stato ti etichetta come “abile al lavoro” ma poi ti abbandona in un limbo burocratico, lasciandoti sola con la tua dignità e le bollette da pagare. È la dimostrazione che il clientelismo non è più un’eccezione, ma è diventato la regola che ha sostituito il diritto.
Il tuo messaggio, però, non è un lamento. È un grido di battaglia. È la prova che, sotto la cenere dell’apatia, la brace della dignità è ancora accesa. Ed è nostro dovere, di tutti noi, soffiarci sopra.
Purtroppo, non ho soluzioni facili da offrirti, mentirei se dicessi il contrario. Ma una cosa la so, e te la voglio dire con il cuore in mano: la prima forma di resistenza è smettere di sentirsi soli. È capire che la tua rabbia è la rabbia di tante altre persone. È condividere queste storie per mostrare al potere che non siamo invisibili e che non accettiamo più di essere trattate come numeri.
Grazie ancora, cara amica (perché dopo parole così sincere, non posso che considerarti tale). La tua voce, da oggi, è anche la mia.