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La ”famiglia nel bosco”: quando lo Stato vede la pagliuzza ma non la trave.

La ”famiglia nel bosco”: quando lo Stato vede la pagliuzza ma non la trave.

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Il caso

La vicenda della famiglia di Palmoli è esplosa, trasformandosi in poche ore da caso umano a scontro istituzionale. Mentre il Governo, per bocca del Ministro Nordio e del vicepremier Salvini (che parla di “sequestro”), valuta l’invio di ispettori, l’Associazione Nazionale Magistrati difende la “tecnicità” di una decisione presa per tutelare i minori.

Ma è proprio dietro questa “tecnicità” che si nasconde un paradosso che, come cittadino, mi fa incazzare e mi costringe a una riflessione amara.

Due pesi, due misure?

Se un giudice interviene con tale fermezza per un ”pericolo di pregiudizio” legato a presunte carenze igieniche e strutturali, all’isolamento sociale e alla sicurezza di un casolare, dove sono la stessa fermezza e la stessa solerzia per i bambini che crescono in contesti di criminalità conclamata?

Il pensiero non può non correre ad altre, terribili, tragedie di cronaca recente. Penso a quei bambini uccisi da madri di cui, a posteriori, si è detto che “c’erano già stati segnali”. Situazioni in cui, forse, i servizi sociali erano stati allertati ma l’intervento non è stato altrettanto decisivo. Sembra quasi che si passi da un eccesso di zelo per uno stile di vita “fuori norma” a una tragica sottovalutazione di pericoli reali e concreti. Ed è questo che mi porta al cuore del problema.

I Servizi Sociali

Mentre un tribunale si preoccupa, giustamente, del diritto di un bambino a socializzare con i coetanei, io mi chiedo: dove sono i servizi sociali in contesti ben più pericolosi e socialmente deleteri?

Ve lo dico subito, perchè a una realtà che conosciamo bene, soprattutto al Sud, ma che è un problema nazionale. Penso a quelle famiglie in cui la criminalità è il pane quotidiano. Figli che crescono vedendo arresti in casa, convivendo con la violenza, l’illegalità o con l’idea di delinquere sia un’alternativa di vita normale.

Aah, quindi questi bambini non subiscono forse una lesione del loro diritto a un futuro sereno? Vedere i propri genitori entrare e uscire dal carcere, assistere a perquisizioni, crescere in un ambiente dove lo Stato è visto solo come un nemico, non è forse un trauma che necessita di un intervento?

Ecco, io credo che i servizi sociali dovrebbero avere il mandato, e il coraggio, di bussare alla porta di chi ha precedenti penali reiterati e dei figli a carico. Non per punire, ma per proteggere. Per offrire a quei bambini un supporto psicologico costante, per far capire loro, con colloqui regolari, che la strada dei genitori non è l’unica possibile.

Le iniziative politiche

Invece di potenziare gli uffici e dare loro mandati chiari per intervenire nelle situazioni di degrado conclamato, assistiamo a iniziative che sembrano più mirate al consenso politico che alla sostanza. Penso, ad esempio, al progetto “Servizio Sociale On the Road” avviato in città come Taranto. Nelle dichiarazioni ufficiali si parla di “portare ascolto”, di costruire una “politica di prossimità”, di “uscire dagli uffici per andare verso i cittadini”.

«Ricevo ogni giorno numerosissime telefonate di cittadini che chiedono consulenze, indicazioni, incontri – spiega l’assessore Lincesso – ed è da qui che nasce l’idea di andare noi verso loro, di uscire dagli uffici e camminare per i quartieri. Il nostro obiettivo è costruire relazioni dirette, concrete, umane. Vogliamo cambiare la visione del Servizio Sociale, ma anche quella della politica: più vicina, più realistica, più costruttiva». (estratto del comunicato del Comune) [LINK]

L’intento, sulla carta, sembra quasi vero e sincero. Ma, ahimè, la vera domanda che sorge spontanea è: questa “prossimità” dove si ferma? Rischia di intercettare solo chi ha già la consapevolezza e la forza di chiedere aiuto, lasciando indietro proprio le situazioni più gravi. Perché questa “prossimità” non si spinge fino a entrare in quei contesti familiari segnati da illegalità diffusa, da violenza o da una cronica assenza di educazione al rispetto delle regole da parte di molti genitori? La vera sfida, a mio avviso, non è “uscire dagli uffici” per una passeggiata di ascolto, ma dare agli uffici stessi gli strumenti e il mandato per intervenire dove il disagio non chiede aiuto, ma si subisce in silenzio, generazione dopo generazione.

La storia della famiglia di Palmoli, con il padre che definisce il sistema “orribile” e l’avvocato che parla di “falsità” nella sentenza, è complessa. Non voglio erigermi a giudice. Ma questa vicenda deve costringerci a una riflessione più ampia.

Una cosa è la scelta di vita radicale di due adulti, che sono liberi di perseguire il proprio ideale di esistenza. Altra cosa è quando questa scelta, privando i figli degli strumenti basilari della modernità, sanità e della socialità, rischia di trasformarsi in un’imposizione che ne condizionerà il futuro. Quei bambini, da grandi, dovranno avere la libertà di scegliere se abbracciare quello stile di vita o rifiutarlo, ma per farlo devono possedere gli stessi strumenti di partenza di tutti gli altri.

Certo, è doveroso intervenire per un bambino che cresce isolato e senza i servizi essenziali. Non viviamo nel Medioevo e la dignità non è un’opinione. Ma come si può ritenere questa situazione più grave e urgente di quella di un bambino che, nel proprio nucleo familiare, respira violenza, illegalità e droga pesante come unica realtà possibile?

Davvero crediamo che quest’ultimo bambino, un domani, avrà più libertà di scegliere il proprio futuro?

A giudicare da come sono andate le cose, sembra che lo Stato abbia già dato la sua risposta. E, francamente, è una risposta che fa paura.

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