Rubinetto a secco, rabbia piena. L’odissea dell’acqua da Taranto a Manduria.
Segnalazioni
L’urlo arriva forte e chiaro, ancora una volta, dal quartiere Tamburi di Taranto. Ma questa volta ha il suono sordo delle tubazioni vuote e la frustrazione di chi si sente abbandonato. “Senza acqua sui tamburi. Sono 4 giorni”. Inizia così uno dei tanti messaggi che ho ricevuto la settimana scorsa, una ”fotografia” impietosa di una crisi che non è più un’emergenza, ma una drammatica normalità.
Ma l’emergenza, purtroppo, non sembra avere i confini di un singolo quartiere. Chi vi scrive, come molti lettori sanno, fa la spola tra Taranto e Manduria, e può testimoniare direttamente che la situazione non migliora spostandosi di pochi chilometri. Anche a Manduria, dopo le 22:30, la pressione dell’acqua crolla a zero. Dai rubinetti esce un filo d’acqua appena sufficiente per lavarsi le mani (quando va bene). Impensabile fare una doccia dopo una giornata di lavoro. E non sono l’unico ad averlo notato: basta chiedere in giro, o scrivere su un gruppo di cittadini, per ricevere in privato o pubblicamente conferme sconsolate. È un problema diffuso, silenzioso ma pesantissimo.
Un disagio che si trasforma presto in un danno economico e in un rischio concreto. Molti, leggendo i commenti a un articolo di una testata locale che ha denunciato la stessa situazione, si lamentano dell’impossibilità di usare gli elettrodomestici nelle fasce orarie a minor costo. Chi programma la lavatrice di notte per risparmiare sulla bolletta in base al tipo di comntratto scelto, oggi non può più farlo. È costretto a usare le ore di punta, pagando di più.
Oltre al danno economico, c’è la beffa del rischio tecnico. Avviare una lavatrice moderna con poca o zero acqua significa, nella migliore delle ipotesi, vederla andare in blocco. Nella peggiore, si rischia di danneggiare componenti importanti, costretta a uno sforzo prolungato, con costi di riparazione a carico, ovviamente, del cittadino.
A rendere tutto ancora più amaro è la sensazione di un paradosso. La segnalazione più recente dal quartiere Tamburi è di sabato, ed è precisa: interi palazzi senz’acqua, cittadini costretti a spostarsi per approvvigionarsi autonomamente. È un disagio che, ci tengono a sottolineare, “non è la prima volta che succede. La stessa storia si era già visto in estate”. E, guarda caso, proprio il “copione” di un incidente già visto è quello che emerge dalla lettura di una testata locale, sempre di sabato. Il giornale riporta la notizia della rottura di una tubatura nell’ex Ilva con il titolo: “Si rompe una tubatura, nuovo allagamento nell’ex Ilva”. L’articolo riassume la denuncia di Luciano Manna di VeraLeaks, che sottolinea come l’incidente sia un replay esatto di quanto già accaduto a luglio, puntando il dito contro una manutenzione fallimentare. Il collegamento, a questo punto, è quasi palese: mentre dentro lo stabilimento l’acqua si disperde seguendo un copione già noto, fuori, nei rubinetti delle case, non ne arriva una goccia.
E qui, in questo quadro di disagi, il sospetto, più che da un vago “pensar male…”, viene alimentato da dati concreti, che circolano sui social e trovano conferma su testate giornalistiche come ”Taranto Today”. Basta leggere quanto riportato il 19 giugno 2025, anzi, già il titolo fa capire la dimensione del problema: “Ex Ilva, nel 2024 la fabbrica ha utilizzato più di 733 milioni di metri cubi d’acqua” (LINK fonte).
Senza perdersi in tecnicismi, l’articolo spiega che, al di là dell’enorme quantità di acqua di mare usata per il raffreddamento, lo stabilimento attinge pesantemente a fonti di acqua dolce. Dal fiume Tara, risorsa preziosissima per il nostro territorio, sono stati prelevati oltre 12,5 milioni di metri cubi d’acqua: ”l’equivalente di 5.000 piscine olimpiche”.
Ma il dato forse più urticante, quello che suona come uno schiaffo per chi apre il rubinetto e non vede scendere nulla, è un altro: quasi 1,5 milioni di metri cubi di acqua potabile, quella che dovrebbe arrivare nelle nostre case, sono stati deviati per usi interni dello stabilimento. Facendo un rapido calcolo approssimativo, si tratta del consumo annuo di circa 10.000 famiglie! Però attenzione, perchè quest’ultimo calcolo approssimativo è il mio, ergo, prendetelo con le pinze.
Comunque, di fronte a questi numeri, la percezione cambia. Il problema, quindi, non è più solo quello di opporsi a un’infrastruttura come il dissalatore, osteggiato giustamente da cittadini e associazioni perché visto come l’ennesimo “ecomostro” di cemento e metallo destinato a deturpare il nostro territorio. La domanda, a questo punto, si fa ancora più tagliente e va alla radice della questione: la crisi idrica che viviamo sulla nostra pelle è una reale scarsità di risorsa o è una crisi nella sua gestione? Una gestione in cui, a quanto pare, si preferisce sacrificare i bisogni di migliaia di cittadini per soddisfare quelli di un colosso industriale, invece di valutare alternative come la riduzione delle perdite o la riattivazione di strutture già esistenti, come dicono quelli del COMITATO PER SALVARE IL FIUME TARA.
Ora, per carità, lungi da me abbracciare facili teorie del complotto, ma la domanda che mi pongo è: questa sete diffusa, è funzionale a far accettare un’infrastruttura sgradita, pur di non toccare la vera causa del problema? Un problema che per i cittadini ha un solo nome: un’industria insostenibile di cui chiedono la chiusura, l’abbattimento e la bonifica
Come cittadino, prima ancora che come blogger, nelle prossime ore proverò a contattare l’Acquedotto Pugliese tramite PEC per chiedere spiegazioni ufficiali. Riportare la loro versione, se e quando arriverà, è un atto dovuto nei confronti di chi legge.
Fino ad allora, ai cittadini non restano che le taniche in mano e un dubbio pesante nella testa. E un’attesa, quella sì, piena: di acqua e di risposte.