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Dal Vaffa-Day al tutorial sul populismo: l’eredità inaspettata (e sgradevole) del Movimento 5 Stelle

Dal Vaffa-Day al tutorial sul populismo: l’eredità inaspettata (e sgradevole) del Movimento 5 Stelle

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Premessa

Cari lettori, mi chiedo spesso, guardando la politica di oggi, se c’è sempre stato tutto questo sfacelo. Poi, realizzo che è la solita domanda retorica, in quanto la mia mente torna inevitabilmente a un punto di rottura (presa per il culo suonava male), a un movimento che ha promesso di rivoluzionare tutto e che, in un certo senso, oh, ci è riuscito! Chapeau! ”Complimenti per la trasmissione!” Ma, ehy… non come speravamo. E se qualcuno non avesse ancora capito di chi sto parlando, beh, è il Movimento (o ”inerzia”) 5 Stelle.

Attenzione però, prima di proseguire, lungi da me vestirmi da ”odiatore seriale”. Non è mio costume e non è un attacco personale ai singoli, ma una riflessione su un’idea, su come è nata e, soprattutto, su cosa ha generato.

L’illusione

Ricordate gli albori? Il grido “Onestà! Onestà!” che riempiva le piazze. L’idea affascinante che chiunque, anche una persona comune che fino a ieri vendeva bibite allo stadio, potesse entrare nelle stanze del potere. Non c’era nulla di sbagliato in questo, anzi, era la promessa di una democrazia finalmente restituita ai cittadini.

Il loro simbolo era una metafora tanto semplice quanto potente: “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Volevamo crederci. Volevamo vederli smascherare i giochi di palazzo, scardinare il sistema dall’interno, essere i nostri occhi e le nostre orecchie lì dove nessuno di noi poteva arrivare.

Poi, qualcosa è cambiato. La spontaneità è svanita, sostituita da portavoce istruiti, da discorsi letti e preparati da altri. L’autenticità ha lasciato il posto alla strategia. E quella famosa scatoletta di tonno? La metafora è fin troppo facile: alla fine, quel tonno se lo sono mangiati anche loro, seduti allo stesso tavolo di chi dovevano cacciare.

Il ”contagio”

Ma il vero disastro, la vera eredità avvelenata del Movimento 5 Stelle, non è tanto il loro fallimento, quanto il loro involontario successo. Mentre loro si perdevano nei palazzi, gli avversari politici (quelli che li accusavano di populismo e demagogia) li osservavano. E imparavano.

È come se i 5 Stelle avessero caricato su YouTube un tutorial intitolato: “Come conquistare l’elettorato con slogan facili e promesse irrealizzabili”. E tutti gli altri partiti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, fino a quelli che si definivano “moderati”, hanno guardato quel video, hanno preso appunti e hanno iniziato a replicare il metodo.

Hanno capito che non serve più un programma complesso, ma una frase a effetto. Che la politica non è più amministrare la collettività, ma un “calciomercato” di consensi, dove si vince non facendo, ma dicendo la cosa giusta al momento giusto. Il populismo, prima criticato, è diventato la lingua ufficiale della politica italiana.

Il ”sistema”

A gettare benzina sul fuoco, ovviamente, ci sono i social media, che ci infestano in maniera massiccia e sono il veicolo perfetto per questa politica urlata e superficiale. Oggi, in reazione a questo, vediamo emergere i “professionisti”, i tecnici messi al posto giusto. Ma siamo sicuri che basti? Ad esempio, puoi mettere il più grande esperto di sanità, avvocati, professori, a capo di un ministero, ma se non ha il carattere, la forza o la volontà politica di lottare contro quel sistema, rimarrà solo un curriculum impeccabile su una poltrona inutile.

E così, arriviamo alla solita riflessione amara. Il Movimento 5 Stelle non ha aperto nessuna scatoletta. Ha semplicemente insegnato a tutti gli altri a pescare nello stesso mare torbido del populismo.

Siamo diventati schiavi di un sistema macabro che, ironia della sorte, è stato inaugurato proprio da chi voleva distruggerlo. E questa, forse, è la loro colpa più grande.

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