1. Home
  2. RIFLESSIONI & OPINIONI
  3. Lezioni d’amore da un porcospino: la giusta distanza per non ferirsi
Lezioni d’amore da un porcospino: la giusta distanza per non ferirsi

Lezioni d’amore da un porcospino: la giusta distanza per non ferirsi

0
Lettura stimata: 3 minuti
Ascolta il contenuto

Premessa

Mi è capitato di leggere una cosa, l’altro giorno, quasi per caso, che mi è rimasta davvero impressa. È una di quelle storie semplici che però ti aprono un mondo. Ecco perchè, sento il bisogno di condividerla con voi lettori, perché forse può dare un nome a quella sensazione che tutti, almeno una volta, abbiamo provato. Ti è mai capitato di desiderare disperatamente la vicinanza di una persona e, un attimo dopo, sentire un bisogno quasi fisico di allontanarti, di riprendere il tuo spazio? Ecco, questa storia parla proprio di questo. È conosciuta come il ”Dilemma del Porcospino”.

La storia

La scena è questa: immagina un gruppo di porcospini in una gelida giornata d’inverno. Il freddo è pungente, quasi mortale. Per sopravvivere, il loro istinto li spinge a fare l’unica cosa sensata: stringersi forte gli uni agli altri, per condividere il calore corporeo e non morire assiderati. E così fanno. Si avvicinano, cercando conforto e tepore. Ma non appena sono abbastanza vicini da sentirne il beneficio, accade l’inevitabile: iniziano a ferirsi a vicenda con i loro aculei. Il dolore diventa insopportabile e li costringe ad allontanarsi di nuovo. Ma appena si separano, il morso del gelo torna, più crudele di prima, e la solitudine diventa un nemico altrettanto spaventoso.

Inizia così una ”danza” frustrante, un’altalena continua tra due diverse forme di sofferenza: il dolore della vicinanza e il freddo della lontananza. Continuano a tentare, a ferirsi e ad allontanarsi, finché, dopo innumerevoli tentativi, non scoprono quella che potremmo chiamare la giusta distanza. Una posizione intermedia, un equilibrio delicato che permette loro di ricevere un po’ del calore vitale degli altri, ma senza che gli aculei diventino una tortura.

La metafora

Quando ho letto questa storia, ho scoperto che non è solo una favoletta. L’idea è di un vecchio filosofo, Arthur Schopenhauer, che già più di un secolo fa aveva capito che questa metafora non parlava affatto di animali. Parlava di noi ”umani”. Spiego meglio…

Praticamente, il freddo è il nostro bisogno innato di calore umano, di connessione, di amore. È la paura della solitudine, la necessità di sentirci visti, capiti, parte di qualcosa. Gli aculei, invece, sono tutto ciò che ci rende… beh, noi. Sono le nostre parti più spigolose, le nostre paure, il nostro bagaglio di ferite passate. Sono le nostre difese, costruite con cura per non soffrire più (o non far soffrire), ma che finiscono per pungere proprio chi cerca di avvicinarsi, o viceversa. Sono i nostri difetti, il nostro ego, le nostre insicurezze.

E così, viviamo anche noi lo stesso dilemma. Desideriamo l’intimità, ma quando ci apriamo davvero diventiamo vulnerabili. E più ci avviciniamo a qualcuno, più è probabile che i nostri aculei e i suoi si scontrino, causando dolore. Allora ci ritiriamo, costruiamo muri per proteggerci, ma dietro quei muri il silenzio diventa assordante e il freddo della solitudine torna a farsi sentire.

La spiegazione

Pensandoci bene, mi sembra di vedere tre modi principali in cui reagiamo a questo dilemma, tre tipi di “porcospino”.

C’è il porcospino che, dopo troppe ferite, decide che il gioco non vale la candela. Sceglie il freddo. Preferisce la prevedibile tristezza della solitudine al rischio imprevedibile del dolore. È la persona che dice “sto meglio da sola/o”, che fatica a fidarsi, che mantiene sempre una distanza di sicurezza emotiva. Il suo calore è poco, ma almeno non rischia di essere punto di nuovo.

All’estremo opposto, c’è il porcospino che ha un terrore così profondo del freddo da sopportare qualsiasi ferita. Si aggrappa agli altri, ignorando il dolore degli aculei. Pur di non sentire il gelo della solitudine, è disposto a sanguinare, ad annullare se stesso, a perdere i propri confini. È la persona che si butta in relazioni simbiotiche e spesso disfunzionali, perché il dolore della vicinanza gli sembra comunque meglio del vuoto della lontananza.

E poi c’è una terza via. La più difficile, ma anche la più saggia. È quella del porcospino che impara a ”danzare”. Non smette di cercare il calore, ma impara a conoscere i propri aculei e a rispettare quelli degli altri. Capisce che l’obiettivo non è eliminare la distanza, ma trovare quella giusta. È la persona che impara a comunicare i propri bisogni, a dire “aspetta, così mi fai male” senza attaccare, e ad ascoltare quando è l’altro a dirlo. È un continuo processo di aggiustamento, di avvicinamento e allontanamento, come una danza.

L’epilogo

Questa storia, alla fine, non offre soluzioni magiche. Ma mi ha lasciato con un pensiero potente. Forse, la vera maturità affettiva non sta nel trovare una persona senza aculei, perché una persona così non esiste. E forse non sta nemmeno nel diventare noi stessi così lisci da non pungere più, perché significherebbe rinunciare a tutte le nostre difese e alla nostra storia.

Forse, sta tutto nell’accettare che gli aculei esistono, sono parte di noi. E che amare, allora, non è altro che trovare qualcuno con cui valga la pena imparare a danzare, con pazienza e coraggio, per scoprire insieme quella distanza perfetta che riesce a scaldare il cuore senza ferire l’anima.

⬇️CONDIVIDILO SU⬇️