Taranto, ex-ilva: ”Meglio carnefici che disoccupati” e il trionfo dei politici.
INDICE
La ”segnalazione”
Tutto è nato da un commento lasciato da una mia lettrice (che ringrazio pubblicamente per lo spunto) sotto il mio articolo dedicato allo sciopero degli operai (lo trovate a questo link). Praticamente mi ha girato uno screenshot di una discussione avvenuta su Facebook riguardo sempre alla questione Ex-Ilva. Quando l’ho letto, non vi nego che ho sentito un brrrrivido. Ma non per la violenza verbale, a cui purtroppo siamo abituati, ma per la rassegnazione lucida e terribile che conteneva. Questo screenshot è “oro colato” per capire cosa sta succedendo davvero nelle nostre teste, nelle nostre piazze, ovunque.

Per chi avesse difficoltà a leggere l’immagine o per chi non vuole zoomare, trascrivo qui sotto i passaggi più crudi e significativi. Leggeteli bene, perché fanno male:
Utente A (cittadino): “Chiedete allo stato di chiudere l’area a caldo… Altrimenti resterete sempre dei carnefici e complici della mattanza… Voi e i vostri cari potete anche morire di tumore, l’importante è che arrivi l’acciaio…”
Utente B (lavoratore/sostenitore): “Meglio carnefici e lavoratori che poveri disoccupati come voi”
Utente C: “Siete senza spina dorsale. Spero che chiuda al più presto…”
“Meglio carnefici che disoccupati”. Fermiamoci un attimo su questa frase. In queste sei parole c’è tutto il dramma di Taranto. C’è la vittoria totale del sistema che ci governa e la sconfitta totale di noi cittadini.
La strategia
Quello che vediamo in questi commenti non è semplice odio da tastiera. È il risultato scientifico di una strategia politica precisa. “Divide et Impera”. Loro, quelli che siedono sulle poltrone a Roma, in Regione e a Taranto, quelli che decidono le sorti industriali del Paese, hanno creato il terreno perfetto per una guerra tra poveri.
Da un lato c’è chi ha paura di morire di fame, ovvero, il lavoratore che accetta di essere chiamato “carnefice” pur di portare il pane a casa. Un paradosso crudele tra l’altro, perché spesso è lo stesso ambiente di lavoro ad ammalarlo, costringendolo di fatto a lavorare per potersi pagare le cure. Dall’altro invece c’è chi non ha solo paura, ma la certezza statistica di ammalarsi! Il cittadino che vive una roulette russa quotidiana, dati alla mano, e che finisce per vedere nell’operaio un ”complice” del disastro.
E mentre sui social si consuma questa faida, mentre volano insulti come “dementi” o “senza spina dorsale”, la politica ne trae vantaggio. La politica brinda. Perché? Perché finché le fazioni sono impegnate a combattersi a vicenda, non guardiamo in faccia i veri responsabili.
La nostra pelle
Lo Stato e la classe politica giocano sulla nostra pelle per mantenere lo status quo. A loro conviene questa situazione di stallo. Conviene avere un bacino di voti basato sul ricatto occupazionale (“Se voto Tizio, la fabbrica resta aperta e mangio”), e conviene non proporre mai una vera alternativa o, compromessi ”sotto banco”, perché gestire l’emergenza porta più potere e visibilità che risolvere i problemi.
Ci tengono in ostaggio. Non propongono bonifiche serie, non propongono un piano B, non propongono un futuro diverso. Lasciano che l’unica scelta sia tra la salute e il lavoro, sapendo benissimo che questo scatenerà l’odio sociale. È un meccanismo perverso. Cioè, creano il mostro, e poi ci guardano mentre ci combattiamo per decidere se il mostro deve vivere o morire.
La trappola
Vedere cittadini che augurano la morte o la disoccupazione ad altri cittadini è la prova che siamo caduti nella trappola. Quell’operaio che scrive “meglio carnefici” non è un mostro, è una persona disperata che è stata convinta che fuori da quel cancello ci sia solo la fame. Quel cittadino che scrive “siete complici” non è un pazzo, è una persona esasperata che si sente tradita da chi dovrebbe proteggere la salute, sua e dei suoi cari.
La verità però è che siamo tutti vittime dello stesso inganno. La vera battaglia non è tra chi vuole la fabbrica aperta e chi la vuole chiusa. La vera battaglia è contro chi, per anni, ha usato i nostri polmoni e le nostre buste paga come fiches su un tavolo da poker, per garantirsi potere, soldi e poltrone.
Finché risponderemo “meglio carnefici” o “speriamo che morite”, avranno vinto loro. Inizieremo a vincere noi solo quando smetteremo di farci la guerra e inizieremo a pretendere, uniti, che lo Stato smetta di giocare con le nostre vite.
Taranto ha già pagato il suo conto con la storia. È lo Stato che ha preteso troppo, per troppo tempo.