L’esplosione alla stazione di servizio a Roma: un monito (o campanello d’allarme) per la situazione industriale di Taranto.
INDICE
Premessa
ATTENZIONE: Prima di iniziare, ci tengo a precisare che questo mio articolo non ha l’intento di creare allarmismo o alimentare paure, ma vuole offrire un’analisi della situazione attuale basata su ciò che viviamo e percepiamo a Taranto quotidianamente attraverso i media o racconti di cittadini. Se siete particolarmente sensibili o ansiosi riguardo a riflessioni dirette e contenuti crudi, vi invito a interrompere la lettura, considerando anche la presenza di alcuni video di repertorio inclusi nell’articolo. Inoltre, per affrontare i temi legati ai rischi di Taranto, mi sono documentato e ho consultato esperti provenienti dal mondo associativo e sindacale, sia di persona che tramite chat, per garantire un approccio informato e, quantomeno, ”responsabile”. Bene, dopo questa premessa più che necessaria, vi auguro una buona lettura e visione.
Introduzione
Il 4 luglio scorso si è verificata una grave esplosione presso una stazione di servizio a Roma. Nel video allegato è possibile osservare chiaramente la dinamica dell’incidente. Quando ho visto quelle immagini, la mia prima reazione è stata contattare i miei amici di Roma per sapere se stessero bene. Subito dopo, però, mi è venuta una riflessione preoccupante in merito alla situazione dell’ex ILVA, raffineria ENI e l’eventaule rigassificatore a Taranto. Ma partiamo per ordine: cosa è successo quel giorno a Roma?
Secondo le prime ricostruzioni diffuse dai media, il giorno stesso dell’accaduto, un camion avrebbe tranciato una tubatura del gas durante una manovra. Il contatto tra il gas fuoriuscito e le scintille generate dall’impatto metallico avrebbe innescato prima un incendio e, dopo pochi minuti, una violenta esplosione che ha distrutto completamente la stazione di servizio. La forza della deflagrazione è stata tale da proiettare detriti fino a 300 metri di distanza.



FONTE IMMAGINI: Sito web del Comune di Roma LINK

FONTE NOTIZIA: Corriere della sera Roma LINK
Poi però, leggendo gli articoli di giornale pubblicati ieri (12 luglio), sono emerse nuove ipotesi, più concrete, riguardo all’accaduto. Sulla base delle testimonianze e delle immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza vicine al luogo dell’esplosione, si ipotizza che la perdita di GPL possa essere stata causata da un problema al tubo di rifornimento: forse strappato a causa di una manovra errata o, peggio, deteriorato e quindi fragile, incapace di sostenere il passaggio ad alta pressione di decine di litri di GPL. Questo dettaglio mi ha fatto riflettere sugli impianti obsoleti e ormai logori dell’acciaieria dell’ex ILVA di Taranto, già teatro di esplosioni interne. La connessione tra questi eventi è inquietante e merita una seria attenzione.
FONTE VIDEO: La gazzetta del mezzogiorno LINK
Una situazione quasi ‘’analoga’’ con la situazione di Taranto
Questo tragico evento riporta drammaticamente l’attenzione sulla delicata situazione del polo industriale di Taranto, dove l’ex ILVA e la raffineria ENI convivono pericolosamente in prossimità delle aree abitate. Da anni, numerose associazioni, tra cui in particolare l’associazione “Genitori Tarantini” (impegnata nella tutela della salute e dell’ambiente per i cittadini, con un’attenzione speciale ai bambini) e il sindacato LMO, l’unico realmente schierato a difesa dei lavoratori e della loro salute, denunciano i gravi rischi legati alla presenza di questi impianti. A tal proposito, Stefano Sibilla, operaio dell’ex ILVA e responsabile del sindacato LMO Taranto, ha più volte lanciato un ulteriore allarme durante sit-in, manifestazioni e conferenze stampa:
<<Mettendo una nave rigassificatore nel porto di Taranto adiacente fra Eni e lo Stabilimento Siderurgico potrebbe innescare un effetto domino D.Lgs SEVESO III. I cittadini e tutti i lavoratori uniti dovrebbero pretendere a una legge speciale e un risanamento danni contro lo Stato Italiano per non aver salvaguardato la salute di tutti. Vogliamo ricordare che lo Stabilimento Siderurgico ex Ilva nel 2012 furono sequestrati gli impianti dalla magistratura per Disastro Ambientale, 13 anni a colpi di 15 Decreti salva Ilva gli impianti sono ancora in marcia dove hanno continuato ad avvelenare bambini, donne e uomini, mare, terra, ambiente.>>

Quindi, personalmente, ritengo che questo scenario, per quanto estremo, sia purtroppo più che plausibile: una vera e propria reazione a catena tra i due stabilimenti industriali potrebbe concretizzarsi, portando a un esito apocalittico che rischierebbe di cancellare Taranto dalle mappe geografiche.
Successivamente, Stefano mi ha segnalato un’altra informazione rilevante:
<<Hai lavoratori va riconosciuto una legge dove accompagna tanti lavoratori al prepensionamento, amianto, agenti inquinanti e tossiche, lavoro usurante e tanto altro perché i lavoratori sono I primi colpiti fra salute e lavoro>>
In sintesi, il sistema previdenziale italiano riconosce effettivamente forme di tutela anticipata per categorie a rischio, sebbene con criteri rigorosi e limitazioni temporali.
Piani di emergenza: utopia?
Un altro aspetto particolarmente allarmante, come spesso sottolineato sempre da Stefano Sibilla, è l’assenza di un piano di evacuazione efficace per la popolazione tarantina in caso di incidenti gravi, soprattutto considerando la coesistenza di queste due industrie o eventuali futuri progetti promossi dal governo.
Ora, riflettendo su questa questione, a mio avviso anche qualora un piano di evacuazione fosse teoricamente predisposto, rimarrebbe il problema della sua effettiva attuazione: come potrebbe essere possibile evacuare un’intera popolazione in pochi minuti? L’esempio dell’esplosione di Roma dimostra quanto velocemente (minuti) una situazione possa degenerare. Purtroppo, la nostra città, situata a ridosso degli impianti industriali (con il rione Tamburi in posizione particolarmente critica), sarebbe estremamente vulnerabile in caso di emergenza. Gli abitanti di Taranto vivono ormai quotidianamente con il timore di un evento simile, aggravato dalla costante esposizione ai veleni rilasciati da questi due catorci industriali, senza alcuna garanzia di protezione o sicurezza.
La soluzione è proprio davanti agli occhi.
La conclusione è inequivocabile: l’ex ILVA deve essere chiusa definitivamente, senza ulteriori tentennamenti. Successivamente, sarà necessario affrontare anche la questione della raffineria ENI.
Per usare una metafora: è come prestare la propria casa disabitata a degli ospiti temporanei. Noi tarantini, nella nostra tradizionale ospitalità, abbiamo accolto questi ‘’ospiti pro-industria”. Ma quando, al termine del periodo concordato, gli ospiti lasciano l’abitazione in condizioni disastrose (pareti sporche, ambienti devastati) è nostro diritto e dovere pretendere che rimettano tutto in ordine prima di andarsene.
Questo è il messaggio che Taranto deve inviare con forza all’ex ILVA, all’ENI e a tutti coloro che sostengono e/o propongono progetti industriali inquinanti per il nostro territorio: basta. È tempo di restituire la città ai suoi cittadini e di investire in un futuro sostenibile, salubre e sicuro, in qualsiasi ambito o categoria.